Negli ultimi anni, l’Italia ha vissuto una significativa desertificazione bancaria, un fenomeno preoccupante che ha portato alla chiusura di numerose filiali in tutto il paese. Secondo i dati forniti da Bankitalia, nel 2026 si sono registrate 516 chiusure di sportelli, portando il numero totale a 19.140. Questo segna un calo sotto la soglia psicologica di 20.000, con un totale di 10.000 sportelli chiusi negli ultimi dieci anni.
La situazione è ulteriormente aggravata dalla crescita dei comuni completamente privi di servizi bancari, arrivando a 3.457, pari al 44% del totale nazionale. In questo contesto, oltre 11,5 milioni di cittadini si trovano a dover affrontare la difficoltà di accesso ai servizi bancari, di cui 4,9 milioni vivono in comuni senza sportelli.
Il caso della Banca di Asti
In questo scenario complesso, la Banca di Asti si trova al centro di un acceso dibattito. Questa storica istituzione, con oltre 200 filiali in cinque regioni del nord Italia e un bilancio sempre in attivo dopo 150 anni di attività, ha attirato l’attenzione di potenziali acquirenti. La Fondazione proprietaria ha annunciato l’intenzione di vendere la propria quota, scatenando reazioni immediate da parte della comunità e delle autorità locali.
Le reazioni della comunità
Marco Prastaro, Vescovo di Asti, ha espresso preoccupazione per l’impatto che una vendita potrebbe avere sull’economia locale, sottolineando che la Banca di Asti è il secondo datore di lavoro della città dopo l’ASL. Secondo Prastaro, è fondamentale chiarire se la Fondazione sia realmente obbligata a vendere e quali potrebbero essere le conseguenze di tale scelta.
Cinzia Borgia, rappresentante del sindacato bancario Fisac Cgil Piemonte, ha evidenziato come la desertificazione finanziaria stia colpendo duramente il Piemonte, dove oltre il 60% dei comuni è privo di sportelli bancari. La presenza di una banca locale è cruciale non solo per l’economia, ma anche per la coesione sociale della comunità.
Proposte alternative alla vendita
In questo contesto, alcuni esponenti locali hanno sollevato domande riguardo alla possibilità di vendere la quota a fondazioni locali invece che a grandi gruppi bancari come Unicredit, BPM o Credem. Sergio Ebarnabo, consigliere regionale, ha suggerito che la Fondazione potrebbe mantenere una partecipazione attiva nel sostegno alla Banca di Asti, aprendo a collaborazioni con altre fondazioni piemontesi.
Il sondaggio tra i cittadini
Recentemente, un sondaggio commissionato da Doxa Ipsos ha rivelato che il 68% degli astigiani ritiene che una banca locale debba supportare le famiglie e le imprese del territorio. Solo una piccola parte degli intervistati, il 3%, crede che l’obiettivo principale debba essere il profitto per gli azionisti. Inoltre, oltre il 70% della popolazione è favorevole all’idea che la Banca di Asti possa crescere ulteriormente attraverso l’acquisizione di altre istituzioni finanziarie, mantenendo la propria autonomia.
Questo forte attaccamento alla banca locale evidenzia la necessità di una discussione approfondita su come garantire la continuità dei servizi bancari e il supporto all’economia astigiana. La sfida rimane se la Banca di Asti potrà resistere a questa pressione verso la vendita, mantenendo il suo ruolo cruciale all’interno della comunità.
