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Operazione Gold&Cash: indagine internazionale blocca trasferimenti di oro non tracciato

L’operazione nota come Gold&Cash ha rivelato un canale di scambi illeciti di oro tra il Veneto e l’Austria, avviata a seguito di un controllo della Polizia Stradale nel maggio 2026. Le attività investigative, condotte sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Verona, hanno preso forma dopo il ritrovamento di oltre 660.000 euro in contanti a bordo di un veicolo fermato durante un controllo autostradale.

Il risultato dell’indagine è culminato, con ultimo aggiornamento dell’8 maggio 2026, in misure cautelari nei confronti di due cittadini vicentini e in un sequestro giudiziario che comprende 6 kg di oro puro (24 carati), oltre 1 milione di euro in contanti e beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa 1,3 milioni di euro. L’operazione mette in luce i rischi legati alla mancata tracciabilità dei metalli preziosi e all’interconnessione tra traffici nazionali e internazionali.

Come è partita l’indagine

La catena investigativa si è innescata con un episodio apparentemente isolato: il fermo di un cittadino austriaco di origini turche durante un controllo stradale, che ha portato al rinvenimento di una somma ingente in contanti. Da quel punto di partenza gli accertamenti, coordinati dai magistrati Rita Caccamo e Gennaro Ottaviano, hanno consentito di ricostruire un flusso di operazioni finanziarie e logistici tra compratori austriaci e venditori veneti.

Sequestri e misure cautelari

Le verifiche hanno determinato il sequestro di 6 kg di lingotti privi di marchi e documentazione, somma che gli inquirenti ritengono essere parte di scambi regolari. Oltre ai metalli preziosi sono stati posti sotto sequestro contanti superiori a 1 milione di euro, nonché immobili, autovetture e rapporti bancari riconducibili agli indagati, per un impatto patrimoniale stimato in circa 1,3 milioni di euro.

Il metodo dell’organizzazione

Secondo la ricostruzione degli investigatori il meccanismo era caratterizzato da una serie di elementi ricorrenti: trasferimenti settimanali di oro 24 carati verso l’estero, pagamenti esclusivamente in contanti e punti d’incontro scelti lungo l’asse autostradale dell’A22 o appena oltre il confine. Questa operatività ha permesso al gruppo di limitare la visibilità delle transazioni e di aggirare i normali canali di certificazione.

Comunicazioni e anonimato dei lingotti

Per coordinare gli scambi, i membri dell’organizzazione avrebbero utilizzato applicazioni di messaggistica con funzioni di autoeliminazione dei messaggi, rendendo più difficoltosa l’intercettazione. I lingotti commercializzati erano privi di punzonature o documenti di accompagnamento, con l’unica indicazione della purezza 999‰, elemento sufficiente per garantirne il valore nel circuito clandestino ma non per garantirne la tracciabilità.

Implicazioni giudiziarie ed economiche

Gli elementi emersi, compreso l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti come presunta copertura contabile, hanno portato alle ipotesi di reato riconducibili al riciclaggio transnazionale. Le misure adottate mirano non solo a colpire i responsabili penali ma anche a sequestrare le disponibilità economiche derivanti dall’attività illecita, limitando così la capacità del gruppo di reinvestire il denaro nel circuito illegale.

Ruolo delle istituzioni e prossimi passi

La sinergia tra la Guardia di Finanza, la Polizia Stradale e la Procura ha reso possibile l’interruzione di un canale che, secondo gli investigatori, operava con cadenza regolare. Le indagini proseguono per individuare l’intera rete di approvvigionamento e commercializzazione dell’oro, nonché per verificare eventuali connessioni con ulteriori circuiti di riciclaggio a livello internazionale.

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