Negli ultimi anni la composizione delle riserve ufficiali ha subito cambiamenti significativi: la quota del dollaro è in diminuzione mentre le detenzioni di oro aumentano in modo marcato. I dati IMF COFER mostrano una riduzione della quota del dollaro sia sul totale delle riserve valutarie sia sulla somma di valute e oro, ma l’interpretazione richiede attenzione: movimenti dei tassi di cambio e l’impennata del prezzo dell’oro hanno influenzato la statistica. Nel frattempo, eventi geopolitici e politiche economiche recenti hanno aggiunto incertezza alle decisioni delle banche centrali.
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Cosa dicono le misure ufficiali e il ruolo delle valutazioni
I dati consolidati segnalano una diminuzione della quota del dollaro, ma gran parte di questo calo è spiegata da effetti di valutazione: una svalutazione del dollaro rispetto ad altre valute e un’eccezionale rivalutazione dell’oro hanno ridimensionato il peso percentuale del biglietto verde. Il termine COFER identifica il database dell’IMF sulle valute delle riserve: si tratta di una fonte che rende conto della composizione geografica e valutaria delle riserve ufficiali. Controllando per gli effetti di cambio valutario con livelli fissi (ad esempio quelli del 2024Q4), la quota del dollaro può mostrare andamenti diversi rispetto alle serie non rettificate.
Effetti di valutazione e recenti sviluppi
Gli aggiustamenti dovuti ai prezzi e ai cambi spiegano parte della divergenza fra letture nominali e letture «controllate». Tuttavia, osservazioni più recenti segnalano una riduzione effettiva delle detenzioni in valuta statunitense negli ultimi trimestri, associata a fattori geopolitici che hanno incrementato la prudenza nelle scelte di allocazione. È importante ricordare che i dati sulla prima parte dell’anno saranno disponibili solo a fine giugno 2026, perciò l’impatto completo di eventi recenti rimane, per ora, parzialmente osservabile.
L’accumulazione di oro da parte dei BRICS e la nuova geografia delle riserve
<pNegli ultimi anni i paesi del BRICS hanno aumentato in modo significativo le proprie scorte d’oro, facendo salire la loro quota globale dal 11,2% del 2019 al 17,4% attuale. Collettivamente detengono oltre 6.000 tonnellate: la distribuzione è concentrata, con la Russia e un grande paese asiatico che insieme rappresentano circa il 74% delle riserve d’oro del gruppo, rispettivamente con 2.336 e 2.298 tonnellate, mentre l’India segue con 880 tonnellate. Questo spostamento è il frutto di acquisti sistematici da parte di oltre 40 banche centrali, spesso caratterizzati da un approccio insensibile al prezzo del metallo.
Le ragioni strategiche dietro gli acquisti
Un punto di svolta identificato dagli analisti è stato il 2026, quando il congelamento di circa 300 miliardi di dollari delle riserve russe ha illustrato il rischio di vedersi limitare l’accesso ad asset detenuti in sistemi esterni. Di conseguenza molte autorità monetarie hanno privilegiato l’oro fisico, un attivo che non può essere bloccato attraverso meccanismi come SWIFT o conti esteri. Tra il 2026 e il 2026 i paesi BRICS hanno rappresentato oltre la metà degli acquisti sovrani, contribuendo a portare gli acquisti annuali delle banche centrali da circa 500 tonnellate a oltre 1.000 tonnellate.
Il ruolo potenziale dell’Arabia Saudita
Una variabile di rilievo è l’Arabia Saudita, che attualmente detiene circa 323 tonnellate d’oro (2,6% delle sue riserve). Per un paese con riserve superiori a 500 miliardi di dollari, un riallineamento verso percentuali più elevate (ad esempio il 5%) implicherebbe acquisti che, in termini di volume, potrebbero assorbire gran parte della domanda globale delle banche centrali per un anno intero. Anche senza annunci formali, la possibile azione di grandi detentori rimane un catalizzatore critico per i mercati.
Implicazioni per il dollaro, i prezzi dell’oro e i mercati finanziari
La quota del dollaro nelle riserve è passata dal 71% del 1999 a circa il 57% alla fine del 2026, il livello più basso dal 1994 secondo i dati COFER citati dagli analisti. Parallelamente, la quota dell’oro nelle riserve ufficiali è raddoppiata, passando da meno del 10% nel 2015 a oltre il 23% attuale. Sondaggi del settore indicano che il 73% delle banche centrali si aspetta un’ulteriore contrazione della quota del dollaro nei prossimi cinque anni e che il 43% intende aumentare la componente aurea.
Il mercato riflette già questa dinamica: a inizio aprile 2026 il prezzo dell’oro si è attestato intorno a 4.660 dollari l’oncia, con previsioni istituzionali che oscillano tra i 5.400 e i 6.300 dollari l’oncia. Al riferimento temporale riportato, il prezzo spot era pari a 4.810,58 dollari l’oncia alle 9:56 AM (Beijing time) dell’8 aprile. Questi livelli e le prospettive di acquisti sovrani costanti suggeriscono la creazione di un floor strutturale per i prezzi del metallo e una crescente importanza dell’oro nella gestione delle riserve.
In sintesi, la transizione verso una maggiore allocazione in oro e una progressiva diluizione della quota del dollaro sono fenomeni reali e documentati: rappresentano una combinazione di fattori valutari, geopolitici e strategici che riformulano l’asset allocation delle banche centrali e pongono nuove sfide per la governance del sistema monetario internazionale. Resta però fondamentale monitorare i prossimi dati COFER e le decisioni di singoli grandi detentori per valutare la velocità e la portata del cambiamento.
