Un intervento della Guardia di finanza, supportata dal Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche e dal Servizio centrale investigazione criminalità organizzata (SCICO), ha portato al blocco di una rete di sportelli per lo scambio di denaro contante in criptovalute collegati a una società con sede a Bologna. L’attività investigativa, coordinata dalla Procura di Bologna, ha evidenziato omissioni autorizzative e comportamenti gestionali che, secondo gli inquirenti, hanno creato un ambiente favorevole al riciclaggio. Il caso segnala come il mondo delle valute virtuali sia sempre più al centro di controlli mirati per tutelare l’economia legale.
Le verifiche amministrative e le ispezioni antiriciclaggio hanno mostrato una diffusa operatività su scala nazionale, con dispositivi installati in molte province italiane. Alla base dell’azione giudiziaria ci sono elementi che indicano una gestione orientata al profitto anche a scapito del rispetto dei requisiti normativi introdotti dal 1° gennaio 2026. Per contrastare il rischio di ulteriore diffusione di operazioni sospette, il Tribunale ha disposto l’adozione di misure di prevenzione e la nomina di un amministratore giudiziario incaricato di rimettere ordine nella governance aziendale.
L’operazione e i sequestri
L’azione ha portato al sequestro di 39 crypto ATM, al blocco di beni aziendali e al ritrovamento di 380.000 euro in contanti, oltre al sequestro del sito web utilizzato per promuovere il servizio. Le macchine, esteriormente simili a sportelli bancari tradizionali, consentivano la conversione immediata tra contante e criptovalute come Bitcoin ed Ethereum, rendendo l’accesso al mercato molto semplice per l’utenza. Secondo gli investigatori, questa facilità è stata sfruttata da una platea ampia e variegata di utenti, con una percentuale significativa di transazioni considerate a rischio.
I numeri e le aree coinvolte
Dalle indagini è emerso che i dispositivi erano distribuiti su vasta scala, con installazioni in 27 province, da Torino a Catania. Le attività ricostruite indicano che la società esercitava funzioni di exchange su tutto il territorio nazionale senza possedere le autorizzazioni previste dalla nuova normativa. Le analisi transazionali hanno rilevato che circa il 20% delle operazioni presentava segnali compatibili con attività a rischio di riciclaggio; un dato che ha fatto scattare l’ipotesi di reato per abusive financial conduct e ha motivato la richiesta di misure cautelari da parte della Procura.
Modalità di funzionamento e profili di rischio
I crypto ATM permettono con un semplice gesto di trasformare contante in valuta digitale e viceversa. Questo processo, se non accompagnato da adeguati controlli di know your customer e monitoraggio delle transazioni, può diventare un canale privilegiato per il riciclaggio. Gli investigatori hanno rilevato lacune nelle procedure di verifica dell’identità e nelle soglie di controllo, elementi che hanno favorito operazioni sospette e reso complessa la ricostruzione della provenienza dei fondi.
Perché i dispositivi sono sensibili
La combinazione tra anonimato parziale del contante e l’immediatezza della conversione in asset digitali rende i punti fisici di scambio particolarmente vulnerabili. Il fenomeno viene accentuato quando l’operatore non rispetta gli obblighi antiriciclaggio o manca delle licenze richieste dal legislatore: in questo scenario il dispositivo diventa un punto d’accesso anonimo al sistema finanziario. Gli inquirenti sottolineano che senza procedure e controlli stretti, il servizio rischia di trasformarsi in una sorta di “lavanderia” per proventi illeciti.
Conseguenze legali e misure di tutela
La Procura ha invocato strumenti di prevenzione previsti dal Codice antimafia, ottenendo dal Tribunale di Bologna l’applicazione della amministrazione giudiziaria sulla società indagata. In particolare, è stato disposto l’affidamento a un amministratore che dovrà introdurre presidi di legalità, procedure di compliance e sistemi di controllo del rischio di riciclaggio. L’obiettivo dichiarato è impedire che l’impresa continui a essere utilizzata per occultare proventi illeciti e di tutelare operatori economici e cittadini onesti dalle distorsioni create da pratiche non conformi.
Implicazioni per il settore
L’intervento segna una svolta nella vigilanza sulle realtà che forniscono servizi per le cripto-attività, dimostrando che gli strumenti di contrasto tipici dell’antimafia possono essere applicati anche al mondo digitale. Le autorità auspicano che la decisione stimoli una più ampia compliance nel settore e che, contestualmente, le imprese adottino standard operativi e controlli adeguati per minimizzare i rischi di infiltrazione criminale.