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Eredità e criptovalute: come vengono tassati wallet e crypto-assets

L’avvento delle tecnologie decentralizzate ha portato le criptovalute a essere riconosciute come componenti reali del patrimonio ereditario.

Il quadro normativo europeo e nazionale ha compiuto passi importanti, con il Regolamento MiCA (EU 2026/1114) che ha qualificato i token come beni immateriali economicamente valutabili e con il D.Lgs. 139/2026 che li ha assimilati, ai fini fiscali, ai beni mobili. In questo contesto, il vero nodo pratico rimane la disponibilità delle chiavi private: chi le possiede ha il controllo effettivo delle risorse digitali.

Per eredi e professionisti la novità ha due facce: da un lato le regole di successione si applicano anche ai crypto-asset e ai wallet; dall’altro sorgono problemi operativi nuovi, come l’accesso ai portafogli non registrati e la difficoltà di collegare un patrimonio digitale a un soggetto in assenza di intermediari. La pianificazione patrimoniale assume così un ruolo centrale per evitare che un valore giuridico si traduca in una ricchezza materialmente irrecuperabile.

Come le criptovalute entrano nell’asse ereditario

Dal punto di vista del diritto successorio, i diritti sui wallet vengono trasferiti agli eredi secondo le regole ordinarie: sia in caso di successione legittima sia testamentaria. La normativa recente ha chiarito che le criptoattività concorrono alla formazione dell’attivo ereditario come qualsiasi altro bene mobile. Tuttavia, a differenza di conti bancari o titoli, non esiste un registro nominativo che consenta a un intermediario di restituire automaticamente il valore: l’elemento decisivo rimane il possesso delle chiavi private, che autorizzano le operazioni sulla blockchain.

Determinazione del valore e base imponibile

Ai fini dell’imposta di successione la base imponibile si calcola sul valore di mercato espresso in euro al momento dell’apertura della successione, ovvero alla data del decesso. Questo criterio, introdotto anche nelle interpretazioni fiscali successive al D.Lgs. 139/2026, comporta che l’elevata volatilità dei crypto-asset possa incidere sensibilmente sull’importo dovuto. Le aliquote e le franchigie applicabili sono quelle del regime ordinario: la novità è l’inclusione dei token nel patrimonio tassabile con lo stesso meccanismo usato per gli altri beni mobili.

Problemi pratici e il paradosso della tassazione senza disponibilità

Un problema ricorrente è la possibile divergenza tra obbligo fiscale e reale disponibilità del valore: gli eredi possono essere chiamati a dichiarare e a pagare imposte su criptovalute a cui non hanno accesso perché le chiavi private sono sconosciute o perdute. Questo scenario non è teorico: studi di settore evidenziano porzioni significative di crypto-asset inaccessibili per perdita delle credenziali. Il risultato può essere un onere fiscale che non si traduce in liquidità per pagarlo, creando un paradosso operativo e finanziario per le successioni.

Modalità di acquisizione e divisione tra eredi

Una volta individuate le risorse, l’asse ereditario digitale può essere suddiviso trasferendo direttamente le monete sui wallet degli eredi oppure convertendole in valuta tradizionale e ripartendo il ricavato. La scelta dipende da fattori pratici e finanziari, tra cui la familiarità degli eredi con gli strumenti digitali, la volatilità di mercato e gli aspetti fiscali collegati alla conversione. È opportuno valutare anche il ricorso a servizi di custodia o a soluzioni multi-signature per semplificare le operazioni.

Territorialità, residenza e strumenti di pianificazione

La regola generale in materia di territorialità stabilisce che, se il defunto era residente in Italia, l’imposta di successione si applica sull’intero patrimonio, comprese le criptovalute detenute su piattaforme estere o in wallet privati. Se il soggetto non era residente, invece, l’imposizione italiana riguarda soltanto i beni localizzabili nel territorio nazionale; per le crypto la nozione di localizzazione resta più sfumata e si fa spesso riferimento alla residenza fiscale del titolare.

Trust e altre soluzioni pratiche

Tra gli strumenti che la prassi suggerisce per ridurre i rischi ci sono il trust e disposizioni contrattuali che prevedano la gestione separata dei crypto-asset. La riforma citata ha previsto un regime di neutralità fiscale per l’atto istitutivo del trust, facendo scattare l’imposizione al momento dell’attribuzione ai beneficiari; in termini pratici, il trust permette di custodire le chiavi private, programmare trasferimenti e proteggere patrimoni distribuiti su più giurisdizioni.

In sintesi, l’inclusione delle criptovalute nella successione ha reso più chiaro il profilo giuridico e fiscale di questi asset, ma non ha eliminato le criticità operative legate all’accesso e alla gestione. Per chi detiene crypto è quindi importante adottare misure di pianificazione: documentare l’esistenza dei wallet, predisporre mezzi sicuri per trasferire le chiavi private, valutare strumenti come il trust e consultare un professionista per allineare il piano successorio alle norme fiscali vigenti.

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