Il mondo delle criptovalute ha vissuto una svolta significativa con il decreto del Tribunale di Bologna che ha applicato per la prima volta l’amministrazione giudiziaria a un operatore del settore. Questo provvedimento, emesso il 5, rappresenta un punto di svolta non solo per il mercato delle cripto-attività, ma anche per la comprensione e l’applicazione degli strumenti di prevenzione patrimoniale in contesti economici innovativi e tecnologicamente complessi.
L’attenzione del decreto si concentra su una società che operava come exchanger di criptovalute, convertendo denaro contante in valuta virtuale e viceversa attraverso terminali automatici. La decisione del Tribunale di Bologna si inserisce in un contesto di crescente regolamentazione del settore delle criptovalute, sia a livello europeo che nazionale, e offre l’opportunità di esaminare le questioni più controverse legate all’amministrazione giudiziaria, come lo standard probatorio richiesto e l’elemento soggettivo dell’attività agevolatrice.
Il contesto normativo e le violazioni rilevate
Il decreto del Tribunale di Bologna ha evidenziato come l’attività dell’exchanger fosse soggetta alla disciplina antiriciclaggio, in particolare al d.lgs. 231/2007. Nonostante le direttive europee iniziali non prevedessero specifici presidi antiriciclaggio per le valute virtuali, il legislatore italiano ha esteso l’ambito applicativo anche agli exchanger, qualificandoli come soggetti obbligati. La successiva direttiva europea ha ulteriormente ampliato questi obblighi, includendo anche i servizi di emissione, offerta e trasferimento di criptovalute.
L’indagine ha rivelato che la società aveva commesso numerose violazioni della disciplina antiriciclaggio, tra cui l’elusione degli obblighi di adeguata verifica della clientela, la mancata registrazione delle operazioni e l’omessa segnalazione di operazioni sospette. Inoltre, la società aveva adottato un modello gestionale stabile e reiterato nel tempo, funzionale alla realizzazione di operazioni di trasferimento e occultamento di capitali. Questo modello operativo ha permesso a numerosi utenti di effettuare operazioni di rilevante importo in violazione dei limiti all’utilizzo del contante.
Le modalità operative e le criticità emerse
Le indagini hanno portato alla luce gravi criticità nella gestione della società, tra cui l’utilizzo di prestanome e l’opacità delle strutture organizzative. La società ha consentito trasferimenti di fondi e operazioni di cambio in violazione delle norme sulla tracciabilità e sull’identificazione della clientela. Inoltre, sono emerse carenze sistematiche negli obblighi di identificazione dei clienti, spesso effettuata mediante documenti smarriti o contraffatti, e l’inosservanza degli obblighi di conservazione dei filmati.
Il decreto ha anche evidenziato che la società ha permesso a soggetti indagati per gravi reati di accedere alla conversione di denaro in criptovalute, movimentando ingenti somme di denaro. Su 6.298 clienti, 51 hanno movimentato operazioni in criptovalute per 9.108.752,24 euro su un totale di conversioni pari a 49.691.536,95 euro. Questi soggetti, pur rappresentando solo lo 0,8% della clientela, hanno generato oltre il 18% degli scambi.
Le implicazioni per il settore delle criptovalute
Il decreto del Tribunale di Bologna ha un impatto significativo sul settore delle criptovalute, sottolineando l’importanza della conformità alle normative antiriciclaggio. La decisione di applicare l’amministrazione giudiziaria a un exchanger di criptovalute rappresenta un passo fondamentale per garantire la legalità e la trasparenza nel mercato delle cripto-attività. Questo provvedimento potrebbe incentivare altri operatori del settore a adottare misure più rigorose per prevenire il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.
La decisione del Tribunale sottolinea l’importanza di un approccio proattivo e rigoroso nella lotta contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, garantendo al contempo la continuità e il risanamento delle attività economiche coinvolte.



