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Come inflazione e politica monetaria influenzano la comovimentazione tra bond e azioni

Negli ultimi decenni i mercati finanziari hanno registrato fasi in cui i prezzi dei Treasury e delle azioni si sono mossi nella stessa direzione.

Questi movimenti hanno inciso sul costo del debito pubblico e sulle valutazioni degli attivi. La letteratura recente ricollega tali pattern a combinazioni di shock inflazionistici e alle reazioni delle banche centrali, che possono amplificare o attenuare il rischio sistemico sui rendimenti.

L’articolo ricompone le prove empiriche dagli anni Sessanta a oggi e sintetizza i risultati degli studi più rilevanti. Delinea inoltre le implicazioni per la gestione del debito federale degli Stati Uniti, che supera i 38 trilioni di dollari, e per i pagamenti degli interessi, stimati vicino a 1 trilione di dollari nel 2026. Nel prosieguo si analizzano evidenze e conseguenze per investitori e decisori.

Che cosa determina il rendimento dei Treasury

Il rendimento dei titoli di Stato incorpora aspettative su inflazione e politica monetaria e la valutazione del rischio di mercato. Questo spiega perché lo stesso titolo può reagire diversamente a identiche variazioni dei tassi direzionali.

In termini finanziari, il profilo di rischio di un’attività dipende dalla sua correlazione con il fattore di sconto stocastico (SDF). Asset che covariano negativamente con l’SDF sovente richiedono rendimenti attesi più elevati per compensare i periodi avversi.

La correlazione tra obbligazioni e azioni funge spesso da proxy per misurare tale relazione. Quando bond e azioni si muovono insieme, il premio per il rischio sui titoli di Stato tende a ridursi, con implicazioni sul costo del debito.

Per investitori e decisori, la lezione è pratica: la dinamica tra SDF e correlazioni di mercato influenza la determinazione dei rendimenti più delle singole stime su inflazione o tassi. Un dato da monitorare è l’evoluzione delle correlazioni assets-class, che può anticipare cambi nelle valutazioni di rischio e nei prezzi.

Misurare la comovimentazione

Per monitorare l’evoluzione del rischio, gli analisti calcolano la regressione dei rendimenti dei Treasury a lungo termine sui rendimenti dell’azionario aggregato. I riferimenti empirici usano tipicamente l’indice S&P 500 come proxy del mercato azionario. Molti studi stimano i coefficienti di comovimentazione con finestre mobili giornaliere di 90 giorni.

Il coefficiente stimato, indicato come beta, misura la sensibilità dei rendimenti obbligazionari rispetto ai movimenti azionari. Valori di beta statisticamente significativi segnalano che le due asset class si muovono in modo sistematico, con implicazioni per la diversificazione e la gestione del rischio.

Andamenti storici: dagli anni Sessanta al 2026

L’evidenza storica mostra fasi distinte di comovimentazione. Negli anni Ottanta e Novanta molti beta risultarono positivi, segnalando co-movimenti tra bond e azioni. La correlazione divenne negativa intorno al 2000 e, secondo le serie analizzate, rimase tale fino al terzo trimestre del 2026.

Tuttavia si sono verificati episodi ricorrenti di beta positivo e marcato. Tra questi figurano i periodi 1994-1995 e l’intervallo compreso tra il terzo trimestre del 2022 e il secondo trimestre del 2024. Questi episodi coincidono con shock di politica monetaria e fasi di repricing generale del rischio.

Le origini degli anni Sessanta e Settanta

Proseguendo l’analisi, le serie storiche estese agli anni Sessanta si basano sui rendimenti zero coupon a 7 anni come proxy per i titoli a 10 anni. Tra il 1967 e il 1971 la comovimentazione risultò spesso positiva. L’aumento dell’inflazione alla fine degli anni Sessanta e la successiva stretta monetaria spiegano tale pattern. Studi teorici collegano infatti questa combinazione a beta dei rendimenti obbligazionari positivi.

Negli anni Settanta la dinamica cambia in modo significativo. Tra il 1971 e il 1974, nonostante la pressione inflazionistica e diversi shock sui prezzi, la politica monetaria rimase relativamente accomodante e la comovimentazione non si accentuò. I grandi shock petroliferi di metà e fine decennio, insieme a politiche monetarie più aggressive della Federal Reserve, generarono nuovamente beta positivi e statistici significativi. Questi sviluppi coincidono con fasi di repricing del rischio e con mutamenti nella relazione tra mercato azionario e rendimenti a lungo termine.

Interpretazione teorica e prove empiriche

Proseguendo l’analisi, la letteratura macro-finanziaria mostra che shock di offerta inflazionistici e una reazione politica restrittiva della banca centrale producono movimenti paralleli su bond e azioni. L’inflazione riduce il valore reale dei titoli a reddito fisso, mentre l’aumento dei tassi rallenta l’attività economica e comprime i corsi azionari.

Le ricostruzioni storiche evidenziano episodi come il 1980-1982 e il periodo indicato nel testo (2026-2026) in cui shock inflazionistici significativi sono stati seguiti da politiche decise delle banche centrali. Il risultato è stato un repricing del rischio che ha reso i Treasury meno appetibili sul piano del rendimento reale. Per gli investitori, tali fasi implicano una rivalutazione delle strategie di allocazione tra reddito fisso e azionario e una maggiore attenzione al rischio di tasso e all’inflazione.

Implicazioni per il presente e per il debito pubblico

Per i decisori politici e per i mercati finanziari la lezione è chiara: misure fiscali che aumentino il rischio di inflazione possono avere costi elevati. Se salisse la probabilità di shock inflazionistici con successive risposte restrittive della Federal Reserve, i rendimenti reali dei titoli potrebbero aumentare. Ciò renderebbe il servizio del debito federale, già vicino al trilione annuo nel 2026, più oneroso per i contribuenti.

La evidenza storica e la teoria economica indicano coerenza su un punto operativo: mantenere la credibilità della politica monetaria e contenere gli shock inflazionistici limita la volatilità che rende i Treasury più rischiosi e costosi. Sul piano degli investimenti, la maggiore incertezza richiede una rivalutazione delle strategie di allocazione tra reddito fisso e azionario e un’attenzione rafforzata al rischio di tasso e all’inflazione. Tra gli sviluppi attesi rimane centrale la risposta delle banche centrali, che influenzerà i costi di finanziamento e le decisioni fiscali dei governi.

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