La competizione fiscale tra gli Stati membri dell’Unione Europea comporta un costo annuale di decine di miliardi di euro.
Questa somma potrebbe essere impiegata per stimolare una ripresa economica, contribuendo a finanziamenti per il piano di riarmo, supporto all’Ucraina e la transizione verso una società più verde e digitale.
Un recente rapporto del Servizio di ricerca del Parlamento Europeo, intitolato Il futuro dell’armonizzazione della politica fiscale dell’Ue, ha messo in evidenza, per la prima volta in modo dettagliato, i costi associati a ciò che viene definito ‘non Europa’, ovvero i costi derivanti dalla mancanza di armonizzazione delle politiche fiscali tra i vari Stati membri.
Indice dei contenuti:
Le sfide della tassazione in Europa
Secondo l’eurodeputato Pasquale Tridico, ex presidente dell’INPS, il contesto attuale vede Paesi come l’Italia costretti a fronteggiare un doping fiscale praticato da nazioni come il Lussemburgo e l’Irlanda, unito a una pressione sociale causata dalla delocalizzazione delle imprese verso l’Est Europa.
I costi della mancata armonizzazione
La responsabilità della definizione delle tasse spetta agli Stati nazionali; tuttavia, la frammentazione delle regole comporta costi significativi in diversi ambiti. Tra questi vi sono la tassazione della ricchezza, quella delle criptovalute, la digitalizzazione delle amministrazioni fiscali e gli oneri di compliance per le aziende e i cittadini. L’obiettivo del rapporto non è l’introduzione di una tassa europea, ma l’analisi dei benefici derivanti da una maggiore coordinazione fiscale.
Il potenziale delle criptovalute
Un esempio lampante riguarda le criptovalute: ogni nazione adotta definizioni e normative proprie. Si stima che, entro il 2026, la tassazione sulle plusvalenze delle criptovalute potrebbe generare circa 4,7 miliardi di euro a livello europeo, cifra che potrebbe superare i 10 miliardi entro il 2035. Tridico sottolinea che tale importo potrebbe essere utilizzato per attenuare i tagli a settori come la coesione e l’agricoltura.
La necessità di standard comuni
Per massimizzare i proventi fiscali, il rapporto raccomanda la creazione di una definizione condivisa degli eventi tassabili e l’adozione di standard comuni di valutazione.
Opportunità nella tassazione della ricchezza
Un altro settore ricco di opportunità è quello della tassazione della ricchezza. Se si applicasse l’aliquota media Ue sui patrimoni immobiliari in tutti i Paesi con valori al di sotto della media, si potrebbero recuperare annualmente 15,2 miliardi di euro, con un incremento delle entrate del 18%. In uno scenario più ambizioso, estendendo l’esercizio ai patrimoni immobiliari superiori a 1 milione di euro, gli incassi potrebbero raggiungere i 127,8 miliardi di euro.
Inoltre, l’introduzione di una tassa dell’1% sui patrimoni superiori a un miliardo di euro potrebbe fruttare tra i 20 e i 30 miliardi di euro all’anno in Europa. Questi dati sostengono la proposta avanzata dall’economista Gabriel Zucman di tassare le grandi fortune, che, insieme a una tassazione sui giganti del web, potrebbe fornire risorse vitali per affrontare le sfide economiche dell’Unione Europea.
I benefici di un allineamento fiscale
Il rapporto evidenzia anche le disparità tra le normative fiscali e gli standard digitali, specialmente nelle amministrazioni pubbliche. Un esempio eclatante è rappresentato dal tempo necessario per adempiere agli obblighi fiscali, che varia da meno di 60 a oltre 400 ore all’anno. Un allineamento alla media europea potrebbe apportare vantaggi significativi, in particolare per l’Italia, dove le aziende spendono in media oltre 238 ore all’anno per ottemperare a tali obblighi, rispetto a una media OCSE di 160 ore.

