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Indicatori per valutare il mercato azionario
Per capire se il mercato azionario è caro o conveniente, gli investitori ricorrono a pochi indicatori chiave: tra i più usati ci sono il CAPE (cyclically adjusted price-to-earnings) e i classici rapporti P/E. Il CAPE prende gli utili medi corretti per il ciclo economico, mentre il P/E confronta il prezzo corrente con utili reali o stimati. Entrambi forniscono un’istantanea del rapporto prezzo/guadagno, ma vanno interpretati insieme ad altri elementi per avere senso.
Fonti storiche e significato pratico
Serie storiche come quelle di Robert Shiller e i calendari ciclici del NBER sono utili per mettere i multipli in prospettiva: mostrano come periodi prolungati di sopravvalutazione spesso precedano correzioni importanti. Le bande ombreggiate che indicano recessioni nei grafici NBER facilitano il confronto tra andamento dei multipli e fasi del ciclo. In generale, livelli di CAPE persistentemente elevati tendono a presagire rendimenti azionari più modesti nel lungo periodo, ma non indicano il timing di una correzione.
Numeri recenti e contesto
Oggi il CAPE è intorno a 40, il P/E registrato a settembre è circa 28, e il price/forward earnings dello S&P 500 stimato a gennaio da Yardeni è vicino a 22 — leggermente sotto il picco pre-2000 di circa 24. Questi numeri confrontano quotazioni correnti con utili passati e attesi; però acquistano valore solo se messi in relazione con i tassi reali, l’inflazione attesa e il quadro macro. In particolare, rendimenti reali contenuti rendono meno attraente il reddito da titoli di Stato e giustificano, in parte, multipli azionari più alti.
Limiti degli indicatori e come usarli
È cruciale ricordare che CAPE e P/E non sono predittori infallibili, ma strumenti interpretativi. Un CAPE elevato segnala che il mercato è più costoso rispetto alla sua media storica, ma non dice quando i prezzi scenderanno. Per valutazioni più robuste conviene incrociare i multipli con la crescita attesa degli utili, i tassi reali, il rischio geopolitico e altri indicatori macro.
Per un investitore orientato al lungo periodo questi strumenti servono soprattutto a calibrare il rischio e la strategia: in fasi di multipli alti è sensato rafforzare la gestione del rischio e la diversificazione; quando i multipli sono più bassi si può valutare un aumento graduale dell’esposizione azionaria, sempre tenendo conto dell’orizzonte temporale e della tolleranza alle perdite. La storia mostra inoltre che valutazioni elevate possono persistere a lungo, perciò la disciplina nell’asset allocation e nei ribilanciamenti resta fondamentale.
Rendimenti reali e impatto sui prezzi
I rendimenti reali — ad esempio il rendimento reale a 10 anni — hanno un peso diretto sui multipli: se il rendimento reale è basso, gli investitori sono disposti ad accettare prezzi azionari più elevati perché il rendimento alternativo è scarso. Nei dati citati il rendimento reale risulta circa 1,8 punti percentuali inferiore rispetto ad alcuni riferimenti storici, un differenziale che contribuisce alla persistenza di multipli elevati. Per questo motivo è importante seguire costantemente l’evoluzione dei tassi reali: cambiamenti significativi possono riallineare rapidamente la valutazione degli asset.
Indicazioni operative
Alla luce dei numeri attuali — CAPE intorno a 40, P/E circa 28, price/forward earnings vicino a 22 — serve prudenza senza cadere nello allarmismo automatico. Usare insieme le serie storiche di Shiller, le date cicliche del NBER e il monitoraggio dei tassi reali aiuta a contestualizzare meglio i multipli. Le buone pratiche per gli investitori includono:
– combinare indicatori di valutazione con una strategia di lungo periodo;
– enfatizzare diversificazione e controllo del rischio;
– rivedere regolarmente l’allocazione in funzione di shock di mercato e cambiamenti di ciclo. Un monitoraggio continuo dei rendimenti reali e dei principali indicatori macroeconomici è l’elemento operativo che permette di aggiustare la strategia quando il contesto cambia.
