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Cosa cambia per la NASpI dopo le ordinanze della Corte di Cassazione dell’11 marzo 2026

Negli ultimi anni la tutela contro la perdita del lavoro involontaria ha trovato nuovi sbocchi giurisprudenziali: grazie a due ordinanze della Corte di Cassazione dell’11 marzo 2026, il confine tra dimissioni volontarie e dimissioni per giusta causa è stato precisato in relazione al mancato versamento dei contributi.

Il tema interessa direttamente chi lavora regolarmente e scopre ritardi o omissioni nei versamenti previdenziali che mettono a rischio la futura pensione e le prestazioni assistenziali.

Le sentenze non modificano la legge ma ne offrono un’interpretazione applicabile nella pratica: non tutte le dimissioni comportano la perdita del diritto alla NASpI, se è possibile dimostrare che l’inadempimento del datore ha inciso in modo grave e continuativo sul rapporto di lavoro. Parallelamente, la Corte ha precisato i limiti temporali per scegliere tra la NASpI e l’assegno di invalidità, avvertendo sul fatto che le circolari amministrative non possono sostituire la legge.

Dimissioni per giusta causa: quando il mancato versamento è determinante

La prima questione affrontata riguarda il lavoratore che si era dimesso dopo 16 mesi in cui il datore non aveva versato i contributi. La Cassazione ha indicato che il mancato versamento non è una mera irregolarità amministrativa ma può costituire un grave inadempimento contrattuale che mina la fiducia tra le parti. Quando tale condotta è continuativa e strutturale, le dimissioni possono essere qualificate come per giusta causa, equiparando il lavoratore al caso di perdita involontaria dell’impiego e quindi al diritto alla NASpI.

Elementi probatori e limiti della tutela

Non è sufficiente un episodio isolato: la giurisprudenza richiede la prova della continuità dell’inadempimento, documentazione che attesti la durata e la ripetizione delle omissioni e l’incidenza sulle posizioni previdenziali. Prima di dimettersi conviene verificare l’estratto conto INPS, raccogliere buste paga e comunicazioni e procedere con una formale contestazione. Solo così si costruisce il quadro necessario per dimostrare la giustificazione delle dimissioni senza perdere l’indennità di disoccupazione.

NASpI e assegno di invalidità: quando si sceglie e perché conta il diritto, non la circolare

La seconda ordinanza affronta il tema della incompatibilità tra NASpI e assegno ordinario di invalidità. È noto che non è possibile percepire contemporaneamente le due prestazioni: però la novità giurisprudenziale riguarda il momento della scelta. L’INPS, con una propria circolare, pretendeva che l’opzione fosse esercitata al momento della domanda; la Cassazione ha invece ricordato che una circolare non può creare termini non previsti dalla legge, e quindi la scelta può essere esercitata anche successivamente senza che ciò comporti automaticamente la perdita del diritto, purché rispettati i requisiti normativi.

Implicazioni pratiche per il cittadino

Questo orientamento lascia un margine operativo a favore del lavoratore, che può valutare con più calma la convenienza tra le due prestazioni. Rimane però l’obbligo di rinunciare a una delle due in presenza di incompatibilità: la tutela non è automatica, ma la possibilità di differire la scelta riduce il rischio di errori procedurali imposti da circolari amministrative.

Contributo di licenziamento e numeri 2026: cosa sapere

Accanto agli aspetti giurisprudenziali, è utile ricordare le cifre aggiornate dall’INPS con la Circolare n. 4 del 28 gennaio 2026. Per il 2026 il massimale mensile della NASpI è pari a €1.584,70, il contributo di licenziamento (il cosiddetto ticket) risulta pari a €649,72 per ogni anno di anzianità e il valore massimo del contributo è €1.949,16. Questi importi servono per calcolare gli obblighi a carico del datore nei casi di cessazione che danno diritto alla NASpI.

La combinazione tra chiarimenti della Cassazione (tra cui l’ordinanza n. 5445 dell’11 marzo 2026) e i parametri numerici dell’INPS rende indispensabile un approccio documentale e prudente: raccogliere prove, verificare l’estratto conto, valutare consulenze legali e previdenziali. Le sentenze non trasformano tutte le dimissioni in dimissioni per giusta causa, ma aprono percorsi di tutela concreti per chi subisce omissioni gravi e prolungate nel versamento dei contributi.

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