Una lunga indagine giudiziaria ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio per 25 persone nell’ambito di una presunta frode legata a una criptovaluta conosciuta come DT Coin. La vicenda, coordinata dalla Procura della Repubblica di Spoletoè emersa dopo controlli e accertamenti svolti dalla Guardia di Finanza di Perugia e dai nuclei speciali di polizia valutaria di Milano e Roma.
Secondo gli inquirenti, dietro l’operazione si sarebbe celato un meccanismo che prometteva profitti elevati grazie a una valuta virtuale il cui valore sarebbe stato sostenuto, a parole, da due asset: i diamanti e la commercializzazione dei Big Data. Dalle carte dell’indagine emerge l’impossibilità per molti investitori di convertire i token in contanti, con perdite economiche che le autorità stimano nell’ordine di decine di milioni di euro.
La struttura del sistema e le figure coinvolte
Gli investigatori hanno ricostruito una rete societaria con ramificazioni in più giurisdizioni, facente capo in prima linea a un imprenditore informatico romano domiciliato a Cascia, identificato come il presunto promotore tecnico del progetto. Tra gli imputati figura anche una cofondatrice della società di consulenza collegata alle attività commerciali, con domicilio fiscale in Umbria. Le società coinvolte avrebbero agito senza le autorizzazioni previste per attività finanziarie, configurando il reato di abusivismo finanziario secondo la ricostruzione della Procura.
Funzionamento del presunto schema piramidale
Il modello operativo descritto dagli organi inquirenti presenta i tratti tipici di uno schema a catena: nuovi ingressi finanziavano i rendimenti promessi ai soggetti già presenti nella rete, mentre il valore del token veniva pubblicizzato attraverso il web e i principali social network. In pratica, il denaro versato dagli investitori non sarebbe stato impiegato per sostenere il valore della valuta virtuale, ma trasferito sui conti dei promotori e reinvestito in beni personali e attività speculative.
Quantificazione dei danni e accuse formali
Le indagini, avviate alcuni anni fa e proseguite con intercettazioni, accertamenti contabili e denunce di vittime, hanno portato alla stima di oltre 30.000 investitori raggiunti dalla campagna promozionale e a un giro d’affari stimato in oltre 36 milioni di euro. Le contestazioni formulate dalla Procura sono principalmente tre: truffaabusivismo finanziario e autoriciclaggio. In particolare, l’accusa di autoriciclaggio riguarda il reimpiego dei proventi illeciti in acquisti di beni di lusso, polizze, altri investimenti finanziari e criptovalute.
Gli investigatori sottolineano che, nonostante le garanzie pubblicizzate — primo fra tutti il vincolo su diamanti e la presunta monetizzazione dei dati — alla prova dei fatti gli investitori non sono riusciti a ottenere la conversione in valuta fiat, ritrovandosi con token privi di liquidità. Le denunce arrivate agli uffici giudiziari hanno fatto emergere la difficoltà strutturale del sistema nel consentire riscatti o rimborsi.
Ruolo degli organi investigativi e iter giudiziario
Le attività investigative sono state coordinate dalla Procura di Spoleto e svolte con il supporto operativo della Guardia di finanza di Perugia e dei nuclei speciali di polizia valutaria di Milano e Roma. L’istruttoria ha incluso esami bancari, analisi del flusso dei capitali e ricostruzione delle società coinvolte, alcune con sedi o collegamenti all’estero. A fronte degli esiti, il pubblico ministero ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio per 25 persone, misura che avvia la fase processuale in cui le responsabilità saranno valutate dal giudice.
Gli indagati, tramite i loro difensori, hanno in alcuni casi sollevato osservazioni formali sulla notifica degli atti e sulle comunicazioni pubbliche dell’azione penale, richiamando il diritto alla difesa e alle procedure previste dal codice di rito. Nel frattempo, le autorità stanno proseguendo gli accertamenti per individuare eventuali ulteriori responsabili e recuperare risorse per le vittime.
La vicenda mette in evidenza le criticità legate ai progetti che promettono rendimenti elevati tramite token garantiti da asset difficili da verificare, ribadendo l’importanza di autorizzazioni formali per le attività finanziarie e di controlli sui flussi di capitale che attraversano piattaforme digitali e mercati non regolamentati.



