L’autorità giudiziaria di Spoleto ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di 25 persone ritenute responsabili di una complessa vicenda legata alle criptovalute. Le indagini, avviate nel 2026, hanno coinvolto i reparti speciali della Polizia Valutaria e la Guardia di Finanza con accertamenti svolti nelle sedi di Milano, Roma e Perugia.
Secondo la ricostruzione emersa dagli atti, la presunta frode verteva sulla promozione di una moneta virtuale pubblicizzata online come collegata al valore dei diamanti e alla commercializzazione dei Big Data. Le promesse di profitti elevati si sono tuttavia rivelate difficili da realizzare al momento della conversione in denaro contante.
Accuse, reati contestati e ricostruzione degli inquirenti
Gli indagati devono rispondere di più capi di imputazione: truffaabusivismo finanziario e autoriciclaggio. Secondo la Procura, l’attività sarebbe stata esercitata senza le autorizzazioni previste dalla normativa finanziaria, configurando così l’abusivismo finanziario quando prodotti e servizi vengono offerti senza i necessari titoli autorizzativi.
Le attività investigative hanno evidenziato che i proventi ottenuti dagli investitori venivano sistematicamente reinvestiti in altre operazioni speculative, una modalità che gli inquirenti definiscono come autoriciclaggio quando i frutti dell’attività illecita vengono convertiti o impiegati in nuovo circuito economico per ostacolare l’accertamento della provenienza.
Numeri dell’inchiesta e stima del giro d’affari
Gli investigatori hanno stimato il volume degli affari collegabili all’operazione in circa 38 milioni di euro. L’indagine ha preso avvio nel 2026 e, nella documentazione della Procura, si ipotizza che la platea degli investitori potenzialmente coinvolti possa essere molto ampia, con segnalazioni arrivate da più Paesi ma per ora poche denunce formali ricevute rispetto al numero stimato di aderenti.
Struttura dell’organizzazione e profili delle persone indagate
Nel gruppo degli indagati figura un informatico domiciliato a Cascia indicato dagli inquirenti come il possibile promotore tecnico del sistema. Tra i nomi citati compare anche una socia e cofondatrice della società di consulenza legata all’operazione, domiciliata fiscalmente a Foligno ma originaria di Latina.
Secondo l’accusa, la rete era organizzata su più livelli e si avvaleva di canali web e social per reclutare investitori, prospettando la riconvertibilità della moneta virtuale in valuta reale grazie a presunti legami con il mercato dei diamanti e con la vendita di dati. Gli inquirenti parlano di un sistema piramidale ben articolato che avrebbe reso problematico ottenere il rimborso o la conversione in denaro effettivo per molti sottoscrittori.
Ruoli specifici e posizione difensiva
Tra gli indagati c’è un imprenditore domiciliato a Cascia ritenuto dagli inquirenti il fulcro tecnico-operativo dell’iniziativa, e una cofondatrice legata alle stesse società che avrebbe condiviso responsabilità nella promozione dei prodotti. I difensori hanno comunicato di non avere ancora ricevuto notifica formale della richiesta di rinvio a giudizio e sottolineano che gli atti devono essere valutati nel contraddittorio processuale.
Le indagini hanno visto il coordinamento della Procura locale, con il procuratore che ha diretto l’attività dei nuclei di investigazione finanziaria. Le attività si sono svolte su più fronti, tra verifiche contabili, acquisizione di documentazione aziendale e analisi dei flussi finanziari sui conti utilizzati per le sottoscrizioni della criptovaluta.
Il quadro emerso dai riscontri investigativi ha portato Il procedimento proseguirà ora con le fasi processuali previste dalla legge.



