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Valutazione del S&P500: CAPE a 40 e P/E correnti a confronto

Pubblicato il 17/02/2026 (01:51) — Questo pezzo mette a confronto tre indicatori che molti usano per giudicare lo stato del mercato azionario: S&P500, CAPE, P/E tradizionale e price/forward earnings.

Le serie e le analisi citate provengono da fonti consolidate (Shiller, NBER) e da analisti come Yardeni. Qui trovi una spiegazione pratica di cosa misurano questi indicatori, i loro limiti e come usarli per prendere decisioni di investimento, con un occhio ai giovani investitori e agli appassionati che vogliono criteri quantitativi chiari e utili.

Cosa sono e come funzionano, in parole semplici
– CAPE (Cyclically Adjusted Price Earnings): mette in rapporto il livello dell’indice con la media degli utili reali degli ultimi dieci anni, aggiustati per l’inflazione. L’idea è livellare gli effetti dei boom e delle recessioni, così da avere una misura meno soggetta al rumore delle oscillazioni di breve.
– P/E tradizionale: è il rapporto tra prezzo corrente e utili degli ultimi 12 mesi. È sensibile ai movimenti recenti degli utili e quindi più volatile.
– Price/forward earnings: confronta il prezzo corrente con gli utili attesi (stime future). Riflette le aspettative del mercato sul futuro profitto delle società.

Perché il CAPE viene usato tanto
Il CAPE è utile quando vuoi capire se il mercato è caro o economico su orizzonti di lungo periodo. Un CAPE elevato segnala che i prezzi incorporano utili storicamente alti, o che gli investitori accettano premi rischiosi maggiori. Questo non dice quando il mercato scenderà o salirà, ma dà una buona indicazione sulle aspettative di rendimento reale nei prossimi anni: storicamente, CAPE molto alti sono associati a rendimenti futuri più modesti rispetto alle medie storiche.

Limiti del CAPE e punti di attenzione
Nessun indicatore è infallibile. Il CAPE può risultare distorto da cambiamenti strutturali nel modo in cui le aziende riportano utili (pratiche contabili diverse) o da settori nuovi e molto profittevoli che alterano la media storica. Inoltre, non fornisce timing di mercato: un CAPE alto non significa “vendere subito”, ma invita a valutare il rischio e a moderare le aspettative di rendimento.

Cosa significa un CAPE a 40
Un CAPE intorno a 40 è alto rispetto alla storia. In pratica, indica che gran parte della crescita futura è già prezzata: gli investitori possono aspettarsi rendimenti reali più bassi nei prossimi anni rispetto a periodi con CAPE medio-bassi. Questo scenario suggerisce prudenza nell’esposizione azionaria e un’attenzione maggiore alla qualità degli utili e alla gestione del rischio.

P/E corrente e stime forward: due facce della stessa valutazione
A settembre il P/E spot è stato indicato a 28; Yardeni ha riportato un price/forward earnings intorno a 22 in gennaio. La differenza tra 28 e 22 mostra che, se si danno credito alle stime di utili future, il mercato appare meno “caro” rispetto alla fotografia corrente — pur restando su livelli elevati. Le stime future possono attenuare l’impressione di sopravvalutazione, ma non la cancellano: qui entrano in gioco la qualità delle previsioni e la probabilità di revisioni al ribasso o al rialzo.

Confronto con i picchi storici
Paragonare multipli odierni ai massimi passati aiuta a capire il contesto, ma va fatto con prudenza. Per esempio, un price/forward pari a 22 è vicino al picco pre-2000 (circa 24): numeri simili non implicano automaticamente lo stesso rischio, perché tassi d’interesse, struttura del debito, composizione settoriale e aspettative di crescita erano diversi allora rispetto a oggi.

Il ruolo dei tassi reali
Un fattore chiave che spiega molte valutazioni è il tasso reale a 10 anni. Quando il tasso reale scende, le azioni diventano relativamente più attraenti rispetto alle obbligazioni e gli investitori accettano multipli più alti. Nel materiale citato si segnala che il tasso reale a 10 anni è circa 1,8 punti percentuali più basso rispetto a un riferimento menzionato dagli analisti: questo gap giustifica in parte valutazioni elevate, ma non elimina i rischi legati a possibili rialzi dei tassi. Implicazioni pratiche per gli investitori
– Ribilanciamento e diversificazione: con multipli elevati conviene rivedere l’asset allocation, bilanciando rendimento atteso e rischio. Diversificare per settore e area geografica riduce la concentrazione di rischio.
– Approccio graduale: ridurre l’esposizione su titoli molto valutati in modo progressivo può essere meno dannoso rispetto a mosse drastiche.
– Strumenti di protezione: coperture mirate o strumenti a volatilità controllata possono limitare le perdite in fasi di stress.
– Orizzonte di investimento: chi ha un orizzonte molto lungo può tollerare meglio le oscillazioni; chi cerca ritorni a breve deve mantenere liquidità e stop-loss più stringenti.

Suggerimenti operativi concreti
– Controlla la qualità degli utili: non basta guardare il multiplo, verifica la sostenibilità del profitto.
– Segui le revisioni degli utili: le stime forward sono utili ma cambiano; monitora upgrade e downgrade degli analisti.
– Valuta scenari di tasso: integra stress test che considerino aumenti dei tassi reali e il loro impatto sui multipli.
– Mantieni regole di ribilanciamento: vendere parte dei sovrappesi e comprare in asset relativamente sottovalutati aiuta a disciplinare le emozioni.

Fonti e metodo
Le serie storiche e i confronti presentati si basano sui dataset di Shiller, sulle date di recessione segnalate dal NBER e sulle valutazioni pubblicate da Yardeni. Le cifre principali da tenere sott’occhio sono il CAPE, il P/E corrente, il price/forward e il tasso reale a 10 anni: combinandoli si ottiene un quadro più completo per le scelte di allocazione.

Cosa sono e come funzionano, in parole semplici
– CAPE (Cyclically Adjusted Price Earnings): mette in rapporto il livello dell’indice con la media degli utili reali degli ultimi dieci anni, aggiustati per l’inflazione. L’idea è livellare gli effetti dei boom e delle recessioni, così da avere una misura meno soggetta al rumore delle oscillazioni di breve.
– P/E tradizionale: è il rapporto tra prezzo corrente e utili degli ultimi 12 mesi. È sensibile ai movimenti recenti degli utili e quindi più volatile.
– Price/forward earnings: confronta il prezzo corrente con gli utili attesi (stime future). Riflette le aspettative del mercato sul futuro profitto delle società.0

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