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24 Maggio 2026

Base monetaria, bilancio della Fed e riforme: che cosa davvero conta per l’inflazione

Un quadro chiaro sulle limitazioni empiriche della relazione tra base monetaria e inflazione, e sulle proposte di riforma del bilancio della Fed presentate da sostenitori del cambiamento

Il contesto politico e macroeconomico che circonda la presidenza di Kevin Warsh alla Federal Reserve è complesso: livelli elevati di inflazione e un bilancio della Fed molto ampliato sollevano interrogativi sulla capacità degli strumenti monetari di garantire stabilità dei prezzi. Dal punto di vista teorico, la relazione tra quantità di moneta e prezzi è spesso sintetizzata dall’identità MV = PQ, dove V rappresenta la velocità di circolazione e Q le transazioni o il prodotto reale. Questa impostazione permette di isolare la base monetaria, definita come la componente di bilancio più direttamente collegata alla creazione di moneta.

Per tradurre l’identità in termini utili all’analisi si possono prendere i logaritmi e ottenere una rappresentazione del livello dei prezzi in funzione della base monetaria, del moltiplicatore e della velocità. In una versione ridotta emerge la formula p = mb + log(mult) + v – q, che mette in relazione il prezzo con la money base e altri fattori di domanda di moneta. Tuttavia, la verifica empirica di questa relazione è tutt’altro che scontata: i risultati mostrano vincoli pratici e orizzonti temporali molto lunghi per qualsiasi riequilibrio.

Prove empiriche sulla relazione base monetaria–inflazione

Analisi econometriche che impongono una relazione di cointegrazione 1:1 tra base monetaria (MB) e Pil su un campione storico (1959-2019) mostrano risultati istruttivi. In un modello di correzione d’errore stimato, il termine di correzione (error correction term) risulta negativo e statisticamente significativo, indicando una tendenza di lungo periodo al ritorno alla parità MB–Pil. Tuttavia, la velocità di aggiustamento è estremamente lenta: il coefficiente del termine di correzione implica una mezza vita di circa 115 anni per un deviazione dalla relazione di equilibrio. Le statistiche del modello riportano un Adj-R2 elevato (0,73), un errore standard residuo contenuto e un Durbin–Watson vicino a 2, ma la capacità predittiva dinamica si rivela modesta nel seguire l’andamento dell’inflazione reale.

Interpretazione dei risultati

Il messaggio centrale è che, benché esista evidenza di una relazione di lungo periodo tra MB e produzione, questa non si traduce in uno strumento affidabile per la previsione a breve termine dell’inflazione. Modelli alternativi che eliminano la componente di inflazione ritardata vedono l’Adj-R2 crollare al 12%, suggerendo che la dinamica dell’inflazione è guidata in buona parte da fattori persistenti e autocorrelati. Inoltre, test di causalità di Granger indicano che, nel campione considerato, si può rifiutare l’ipotesi che l’inflazione non causi cambiamenti nella crescita del rapporto MB/Pil, mentre non si trova evidenza robusta che la crescita della MB/Pil causi inflazione (a livello di significatività del 5%).

Il dibattito politico: ridurre il bilancio e riportare la Fed al suo ruolo

Sul fronte politico e di politica economica, figure come Vance Ginn propongono una ricalibrazione netta: limitare il bilancio della Fed e tornare a una politica monetaria basata su regole. I numeri citati evidenziano la dimensione del cambiamento richiesto: secondo dati della serie WALCL, gli asset totali della Fed erano pari a $6.714 trilioni al 20 maggio 2026, mentre il PIL nominale in Q1 2026 è stato indicato intorno a $31.856 trilioni, il che colloca il bilancio a circa il 21% del PIL, contro il 6% pre‑2008. Portare il bilancio al 6% significherebbe ridurlo fino a circa $1,9 trilioni, ovvero una contrazione netta dell’ordine di $4,8 trilioni.

Le proposte operative

Le misure suggerite includono: non reinvestire le scadenze dei titoli, uscire gradualmente dai mortgage-backed securities (MBS), concentrare la composizione degli attivi su Treasury a breve termine durante la transizione e pubblicare una tabella di marcia trasparente per raggiungere il nuovo obiettivo di bilancio. Sul fronte dei target, alcuni sostengono lo spostamento verso lo 0% di inflazione come obiettivo di stabilità monetaria, accompagnato da regole stringenti che limitino l’intervento discrezionale della banca centrale.

Conclusioni: quale equilibrio tra teoria, dati e politica

I riscontri empirici mostrano che la base monetaria da sola è un indicatore debole per prevedere l’inflazione a breve termine, anche se indica una relazione di lungo periodo con il Pil che si aggiusta molto lentamente. Sul versante politico, la riduzione del bilancio della Fed e la definizione di obiettivi più stringenti rappresentano proposte coerenti con l’idea di sound money, ma comportano costi di transizione e richiedono coordinamento fiscale: senza discipline di bilancio a Washington, il rischio è che la politica monetaria venga di nuovo chiamata a tamponare gli eccessi di spesa. In sintesi, l’evidenza tecnica e le proposte di riforma indicano la necessità di una strategia che combini prudenza empirica, limiti operativi al bilancio e riforme fiscali per ottenere una stabilità dei prezzi durevole.

Autore

Francesca Galli

Francesca Galli, fiorentina con formazione bancaria, prese la decisione di cambiare carriera dopo un convegno a Palazzo Vecchio: oggi cura analisi di mercati e colonne su risparmio e investimenti. In redazione propone linee editoriali attente alla trasparenza e conserva l'agenda del primo impiego in banca.