Il Golfo Persico è ormai un laboratorio dove si intrecciano energia, finanza tradizionale e asset digitali.
Oltre ai traffici petroliferi che transitano dallo stretto di Hormuz — con oltre 20 milioni di barili al giorno nel 2026 secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia — si è sviluppato un circuito parallelo fatto di stablecoin, exchange e data center di mining.
Questa trasformazione interessa attori diversi: Stati sotto sanzioni che cercano canali alternativi, hub che costruiscono ecosistemi regolamentati per attrarre capitali e operatori che convertano energia in valore digitale. Il risultato è un cambiamento del rapporto tra tecnologia e potere nella regione.
Indice dei contenuti:
L’Iran: la blockchain come strumento di sopravvivenza statale e privata
L’Iran ha fatto delle criptovalute una via concreta per aggirare le restrizioni finanziarie internazionali. Dati di Chainalysis indicano che i portafogli iraniani hanno ricevuto circa 7,8 miliardi di dollari in criptovalute nel 2026, rispetto a 7,4 miliardi nel 2026 e 3,17 miliardi nel 2026; stime di Trm Labs parlano addirittura di circa 10 miliardi. Questo afflusso è frutto sia di attività private — cittadini che cercano protezione dall’inflazione — sia di iniziative orchestrate da strutture militari e statali.
Il ruolo dell’Irgc e le rotte degli asset digitali
Secondo le analisi, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha avuto un peso rilevante nei flussi crypto verso l’Iran: nel quarto trimestre del 2026 gli indirizzi legati all’Irgc rappresentavano oltre il 50% delle entrate in criptovalute del paese. L’IRGC ha utilizzato exchange registrati nel Regno Unito, come Zedcex e Zedxion, per movimenti stimati attorno a 1 miliardo di dollari tra il 2026 e il 2026, prevalentemente in USDT sulla rete Tron.
Cripto per commercio e armi
La blockchain non è stata usata solo come riserva privata: il ministero della Difesa iraniano ha annunciato disponibilità ad accettare criptovalute per vendite all’estero, inclusi materiali militari, mentre istituti internazionali collocano l’Iran tra gli esportatori di armamenti. Allo stesso tempo, milioni di iraniani impiegano bitcoin e altre valute digitali come scudo contro il crollo del rial e l’inflazione.
Emirati Arabi Uniti: da hub regolamentare a magnete per capitali
Dubai e Abu Dhabi hanno scelto una strategia opposta: regolare e attrarre. Dal 2026 la Virtual Assets Regulatory Authority (VARA) è l’ente con mandato esclusivo sugli asset virtuali, mentre il Decreto Legge Federale n. 6 del 2026 ha esteso la sorveglianza della Banca Centrale alle aree di DeFi e Web3, introducendo licenze obbligatorie senza vietare l’autocustodia dei fondi.
Capitale, infrastrutture e criticità
Secondo Binance, nel 2026 oltre mille imprese crypto operavano negli UAE; Chainalysis stima che gli Emirati abbiano ricevuto circa 34 miliardi di dollari in criptovalute tra luglio 2026 e giugno 2026, con una crescita del 42% annua, collocandoli al terzo posto per utilizzo pro-capite. Questo modello ha attratto innovatori ma anche soggetti interessati a giurisdizioni più elastiche per motivi fiscali o di opacità dei capitali.
Infrastrutture energetiche, mining e implicazioni geopolitiche
Nel Golfo è emerso il cosiddetto petro-mining: convertire energia in hashrate per Bitcoin. Paesi ricchi di idrocarburi sfruttano gas altrimenti bruciato per alimentare data center. L’Oman ha investito oltre 800 milioni di dollari in progetti di mining, con operatori come Green Data City e Exahertz International che puntano a centinaia di megawatt di capacità, con obiettivi che potrebbero raggiungere il 7% dell’hashrate globale di Bitcoin.
Contrasti regionali e ambientali
Gli Emirati hanno sviluppato farm da 200 megawatt e contribuiscono per circa il 4% dell’hashrate globale; in contropartita Kuwait e Qatar mantengono divieti totali sul mining e sulle transazioni crypto. La necessità di diversificare i ricavi spinge verso il mining, ma il dibattito sulla sostenibilità energetica resta aperto, soprattutto quando lo scopo è trasformare risorse fossili in moneta digitale.
Tether, stablecoin e influenze transnazionali
Al centro dei trasferimenti commerciali e geopolitici c’è Tether (USDT), la stablecoin più diffusa con capitalizzazione superiore a 186 miliardi di dollari al 2026. USDT ha permesso movimenti rapidi fuori dal sistema bancario tradizionale e ha avuto un ruolo nella finanza sia dell’Iran — la Banca Centrale iraniana ha accumulato almeno 507 milioni di USDT nel 2026 — sia in operazioni finanziarie che coinvolgono entità private e pubbliche nel Golfo.
L’intreccio tra politica, tecnologia e capitale emerge anche in vicende societarie internazionali: transazioni e investimenti collegati a WLFI, MGX e a interessi emiratini hanno sollevato indagini e interrogativi su conflitti di interesse e sui limiti della governance globale delle criptovalute.
