Il gruppo Acciaierie d’Italia amministrato in regime di amministrazione straordinaria è al centro di una crisi che affonda le radici nella vicenda giudiziaria di Taranto. Dopo anni di contenzioso, la Corte d’Appello di Milano ha emanato un provvedimento che impone la sospensione dell’attività a caldo del sito pugliese entro 90 giorni. La decisione, seppur focalizzata su un unico stabilimento, ha avuto ripercussioni immediate su tutti gli altri impianti appartenenti al gruppo, in particolare quelli situati a Genova e a Novi Ligure.
Il comunicado ufficiale dell’azienda, inviato alle autorità regionali e alle forze dell’ordine, conferma che la sospensione temporanea dei due siti avverrà entro il 15 novembre. La misura riguarda l’intera catena produttiva, dal fronte di fusione al trattamento finale, e sarà accompagnata da una serie di operazioni tecniche per mettere gli impianti in condizioni di hot stand-by fase durante la quale potrebbero verificarsi emissioni visibili sotto stretto monitoraggio.
La decisione della Corte d’Appello di Milano si estende a Genova e Novi Ligure
Il provvedimento milanese, originariamente destinato a contenere le irregolarità ambientali di Taranto, prevede la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni dalla notifica. L’azienda ha cercato, senza successo, di bloccare l’ordine con una richiesta presentata il 5 ottobre, rigettata dalla stessa Corte.
Il provvedimento su Taranto e le scadenze imposte
Il 27 luglio la Corte d’Appello ha comunicato ad Acciaierie d’Italia la necessità di sospendere entro 90 giorni l’attività dell’area a caldo di Taranto, confermando la sentenza di primo grado. Il 6 ottobre l’altoforno 2, unico ancora in funzione, è stato caricato per l’ultima volta, segnando l’avvio di una fase critica. Se nella settimana successiva non verrà emessa una sentenza favorevole dalla Cassazione, prevista per il 20 ottobre, la società prevede la chiusura definitiva dell’area entro il 25 ottobre, senza possibilità di riavvio.
Le amministrazioni comunali e i sindacati denunciano l’impossibilità di una serrata
I sindaci Silvia Salis di Genova e Rocchino Muliere di Novi Ligure hanno espresso, con una nota congiunta, il loro profondo dissenso verso la serrata annunciata. Pur riconoscendo le difficoltà interne dell’azienda, hanno definito l’interruzione “inaccettabile” e hanno sottolineato che le conseguenze graverebbero sui lavoratori, sulle loro famiglie e sull’intera economia locale. Hanno inoltre richiesto al governo di intervenire nei tavoli di confronto a Roma per trovare soluzioni che evitino l’interruzione totale della produzione.
Parallelamente, i rappresentanti sindacali, guidati dal segretario generale Fiom-Cgil Michele De Palma, hanno ribadito che la chiusura “non può gravare sui dipendenti”. Hanno evidenziato che le comunicazioni provenienti dai commissari sono state percepite come un’esclusione delle parti sociali, chiedendo trasparenza e un dialogo costruttivo. Il tavolo di Palazzo Chigi, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, ha visto presenti anche i ministri dell’Economia, del Lavoro e del Made in Italy, impegnati a valutare misure di tutela, quali ammortizzatori sociali e un futuro percorso verso un’«acciaio green».
Conseguenze occupazionali e prospettive per la produzione di acciaio in Italia
Acciaierie d’Italia ha già annunciato l’intenzione di richiedere gli ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori coinvolti nella sospensione. La misura mira a garantire un sostegno temporaneo al reddito, evitando licenziamenti di massa. Tuttavia, il governo sta valutando una normativa più ampia, con un possibile decreto-legge che prevede una cassa integrazione non per chiusura, ma per continuità operativa, per preservare la filiera siderurgica nazionale.
Nel frattempo, le autorità hanno sottolineato l’importanza di avviare rapidamente un piano industriale orientato alla produzione di acciaio verde, con l’introduzione di tecnologie DRI e forni elettrici. Tale progetto, tuttavia, richiede investimenti ingenti e tempi di realizzazione considerevoli, elementi che rendono incerta la capacità del settore di garantire nuovi posti di lavoro nel medio termine. La combinazione di decisioni giudiziarie, tensioni sindacali e sfide ambientali rende il futuro dell’ex Ilva un vero banco di prova per la politica industriale italiana.



