Nel cuore della Sierra Norte, a pochi chilometri dal piccolo villaggio di Tlaola, la quiete delle montagne è stata interrotta da un ronzio costante e assordante. Questo suono, percepito persino a un chilometro di distanza, ha spinto le autorità messicane a investigare, portando alla scoperta di una struttura clandestina dedicata al crypto mining. L’operazione, avviata alla fine di 2025, è stata finalmente chiusa nel settembre 2026, segnando il quarto intervento simile nella stessa zona.
Operazione di smantellamento a Tlaola, nella Sierra Norte
Le forze dell’ordine federali, la marina messicana e la polizia locale hanno convergito su un capannone fatiscente lungo una strada sterrata, dove all’interno pulsavano centinaia di macchine pronte a risolvere complessi algoritmi crittografici. Il consumo elettrico registrato superava di gran lunga quello delle comunità circostanti, facendo scattare gli allarmi dei gestori della rete. Dopo un’accurata perquisizione, gli agenti hanno sequestrato circa 300 schede grafiche (GPU) oltre a 80 terminali di media tensione e otto antenne satellitari per la connessione internet.
Equipaggiamento sequestrato e dimensioni dell’impianto
L’insieme di hardware recuperato indica una capacità di hashing consistente, capace di competere con milioni di unità a livello globale. Sebbene non raggiunga le dimensioni dei più grandi data-center internazionali, l’impianto rappresentava comunque una fonte di guadagno considerevole, soprattutto se alimentato da energia scalza. Il furto di energia, infatti, appare come il catalizzatore economico che riduce i costi operativi a quasi zero, trasformando la energia elettrica rubata in monete digitali prontamente trasferibili.
Il legame con i cartelli e il presunto furto di energia elettrica
Le indagini hanno puntato immediatamente sull’eventualità di un collegamento con i cartelli della droga locali. Secondo le prime ricostruzioni, l’impianto potrebbe aver sottratto corrente da una diga idroelettrica situata a pochi chilometri di distanza, un meccanismo che abbassa drasticamente le spese di mining. Le autorità stanno verificando se l’energia rubata sia stata effettivamente deviata e, in tal caso, quale rete criminale abbia coordinato l’operazione. Un esperto di furti energetici ha spiegato che, eliminando il costo principale del mining, il margine di profitto può superare di gran lunga quello di attività tradizionali legate al narcotraffico.
Il mining come strumento di riciclaggio in America Latina
Il caso di Puebla si inserisce in un fenomeno più ampio, evidenziato da studi di Chainalysis. L’organizzazione segnala un aumento costante delle transazioni illecite in criptovaluta, molte delle quali associate a gruppi criminali latinoamericani. Questi cartelli scelgono aree dove l’energia è poco costosa o addirittura rubata costruendo impianti di mining su larga scala per trasformare i proventi illeciti in asset digitali immediatamente liquidabili. Oltre al Messico, casi analoghi sono stati rilevati in Brasile, nella regione del sud-est asiatico e persino in alcune parti della Thailandia, confermando che il modello è globale e non limitato a un singolo paese.
Prospettive e sfide per le autorità messicane
Con quattro siti individuati in poco più di un anno, le forze dell’ordine riconoscono la necessità di una strategia coordinata tra i vari livelli istituzionali. La collaborazione con gli stati limitrofi, il monitoraggio dei consumi elettrici anomali e l’analisi delle transazioni blockchain sono diventati strumenti chiave nella lotta contro il riciclaggio attraverso il crypto mining. Tuttavia, la rapidità con cui i cartelli adottano nuove tecnologie rende la risposta delle autorità una vera e propria gara a cronometro, in cui l’innovazione criminale sembra spesso anticipare le contromisure legali.



