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Aumento delle criptovalute in Iran: strumenti, numeri e rischi

Da quando si sono intensificate le ostilità legate al conflitto con l’Iran, si è registrato un deciso aumento dei trasferimenti in criptovalute verso il Paese.

Gli osservatori finanziari collegano questo fenomeno a due fattori principali: da un lato la necessità dei cittadini di proteggere i risparmi dall’inflazione e, dall’altro, l’utilizzo delle valute digitali come strumento per aggirare sanzioni e restrizioni imposte al sistema bancario tradizionale.

Questa dinamica è stata analizzata alla luce dei movimenti registrati tra il 28 febbraio e il 2 marzo, periodo in cui dalle piattaforme iraniane di scambio sono usciti flussi significativi in criptovalute. Le cifre e i collegamenti emersi dagli studi delle società specializzate hanno acceso il dibattito su come la tecnologia finanziaria stia diventando un canale alternativo per attori sia civili sia legati allo Stato.

Perché le cripto sono diventate un canale strategico

Escludendo l’Iran dai circuiti bancari internazionali, le sanzioni hanno spinto cittadini e istituzioni a cercare vie alternative per conservare valore e finanziare attività esterne. Le valute digitali, grazie alla loro natura programmabile e alla possibilità di trasferimenti rapidi, rappresentano un’opzione appetibile: da un lato fungono da protezione contro la perdita di potere d’acquisto, dall’altro consentono movimenti difficili da intercettare con gli strumenti tradizionali. In questo contesto l’uso delle cripto è sia una risposta economica alla crisi sia uno strumento tattico per chi cerca di mantenere canali finanziari aperti oltre gli embarghi.

Evasione delle sanzioni e commercio di petrolio

Le autorità occidentali da tempo sostengono che l’Iran impieghi le criptovalute per facilitare operazioni di vendita di petrolio al di fuori degli accordi formali e per trasferire risorse a gruppi alleati. Secondo queste analisi, si tratta di un impiego non convenzionale dei mercati digitali: transazioni che attraversano scambi peer-to-peer e portafogli privati per camuffare origini e destinazioni, rendendo più difficile l’applicazione di controlli basati solo sul sistema bancario internazionale.

I numeri che hanno attirato l’attenzione degli analisti

Tra il 28 febbraio e il 2 marzo, dalle piattaforme iraniane sono usciti oltre 10 milioni di dollari (8,7 milioni di euro) in criptovalute, un volume giudicato significativo da diverse società di analisi come Chainalysis. Entro il 5 marzo quasi un terzo di quei fondi risultava già trasferito su piattaforme estere: spostamenti che indicano sia la ricerca di rifugio da parte di risparmi privati sia operazioni più strutturate, attribuite da alcuni analisti a attori collegati al regime, secondo le valutazioni di esperti del settore.

Accessi durante interruzioni di rete e rischi di sicurezza

La capacità di spostare risorse anche durante blackout o restrizioni di connessione ha destato sospetti. Analisti di società come Elliptic hanno osservato che in alcune fasi di interruzione di internet si sono comunque verificate uscite di fondi, suggerendo che alcuni soggetti potrebbero avere accesso diretto a riserve di crypto-asset controllate dalle piattaforme. A questo si aggiungono precedenti casi di violazioni, come il furto da Nobitex nel giugno 2026 di circa 90 milioni di dollari (78,1 milioni di euro), attribuito da TRM Labs a hacker con legami a forze esterne; episodi che amplificano le preoccupazioni su sicurezza e tracciabilità.

Connessioni istituzionali e implicazioni geopolitiche

Le indagini sulle transazioni hanno indicato che diversi portafogli coinvolti nei flussi recenti risultano riconducibili alle Guardie rivoluzionarie. Nel corso dell’anno precedente, portafogli identificati con quella struttura hanno ricevuto oltre 3 miliardi di dollari (2,6 miliardi di euro) in criptovalute, cifra che rappresenta più della metà dei flussi complessivi del Paese, secondo Chainalysis. Tale centralità evidenzia come lo Stato eserciti un ampio controllo sulle risorse digitali, trasformando le valute crittografiche in uno strumento politico e operativo oltre che economico.

Le conseguenze sono molteplici: dall’aumento della difficoltà per l’applicazione delle sanzioni all’accresciuto rischio di finanziamento di proxy regionali, fino alla necessità per le piattaforme e per le autorità di affinare strumenti di monitoraggio e difesa. Comprendere queste dinamiche aiuta a valutare non solo i numeri ma anche il cambiamento strutturale nella relazione tra tecnologia finanziaria e politica estera.

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