Alle prime luci del 13 ottobre 2026, la Guardia di Finanza ha posto fine a una truffa che si spacciava per mining di criptovalute ingannando risparmiatori, imprenditori e pensionati di tutta la zona alpina. Lo schema, denominato “Hashburst”, prometteva rendimenti da Bitcoin e altre monete digitali grazie a computer descritti come dotati di intelligenza artificiale e di capacità di calcolo fuori dal comune.
Le indagini, avviate nell’, hanno rivelato una struttura complessa che si è estesa dal Trentino-Alto Adige alla Lombardia e al Veneto, fino a coinvolgere conti bancari in Belgio. Al termine dell’attività investigativa, le autorità hanno disposto cinque misure cautelari personali e il sequestro preventivo di più di 877 000 euro, con un danno stimato per la sola regione di quasi 5 milioni di euro.
L’operazione della Guardia di Finanza e le misure cautelari
Il G.I.C.O. del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Trento, supportato dal Servizio Centrale di Investigazione Criminalità Organizzata (SCICO) e da Eurojust, ha coordinato perquisizioni simultanee in dieci province italiane – Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza-Brianza, Pavia, Trento, Treviso, Vicenza – e persino in Belgio. Le autorità hanno sequestrato computer, documenti commerciali, e contanti per un valore complessivo di 877 000 euro, oltre a bloccare i flussi finanziari verso società di diritto inglese collegate al gruppo.
Le cinque misure cautelari personali sono state emesse nei confronti di chi ha diretto la rete, tra cui un cittadino lombardo residente in Svizzera con precedenti per reati economico-finanziari e legami con ambienti della ’ndrangheta. Quest’uomo era già stato sottoposto a custodia cautelare nel giugno 2023 per presunte irregolarità legate al PNRR. La tempestività dell’intervento ha impedito ulteriori esborsi e ha consentito l’individuazione di circa 30 soggetti coinvolti, tutti ora sotto inchiesta.
Il meccanismo della frode Hashburst
Promesse di mining e macchine inutili
Gli organizzatori hanno venduto dispositivi il cui prezzo oscillava tra i 4 000 e i 30 000 euro, presentandoli come macchine per il mining capaci di produrre da 0,8 a 1 Bitcoin al mese o all’anno. In realtà, i “minatori” erano semplici personal computer assemblati, dotati di una potenza di calcolo davvero minima e assolutamente incapaci di partecipare a pool di BitcoinEthereumDogecoin o Litecoin. Le brochure e i video promozionali citavano l’uso di intelligenza artificiale a “basso impatto ambientale”, ma le specifiche tecniche non corrispondevano a nulla di più di un normale PC da ufficio.
Falsi guadagni e “rewards” di poco valore
Per dare l’illusione di un’attività produttiva, gli indagati hanno lanciato applicazioni web dove gli acquirenti potevano visualizzare grafici di crescita dei presunti guadagni. Quando i clienti chiedevano spiegazioni per la mancata erogazione dei profitti promessi, ricevevano piccoli accrediti di poche decine di euro, denominati “rewards”. Le motivazioni addotte includevano cambi di compagine societaria, problemi tecnici o “aggiornamenti” dell’infrastruttura, rendendo difficile qualsiasi verifica indipendente.
Aspetti internazionali e protagonisti chiave
Le fatturazioni delle vendite sono state emesse da due società costituite nel Regno Unito, entrambe riconducibili ai membri del gruppo. I pagamenti delle vittime sono stati poi convogliati verso conti correnti esteri, prevalentemente presso banche belghe, creando un labirinto di transazioni volto a ostacolare la tracciabilità dei fondi. La cooperazione di Eurojust è stata decisiva per bloccare questi flussi e per raccogliere le prove necessarie a livello transfrontaliero.
Il sodalizio ha sfruttato una rete di contatti locale, facendo appello a un consulente finanziario del Trentino per accedere a potenziali investitori. Sono stati organizzati numerosi convegni in hotel di fama nella zona, durante i quali venivano presentati i cosiddetti “apparati a basso impatto ecologico”. I social network sono stati utilizzati per diffondere testimonianze false e per attirare una platea eterogenea, che comprendeva risparmiatori privati, liberi professionisti e piccoli imprenditori.
Con un danno stimato di quasi 5 milioni di euro per il Trentino-Alto Adige, l’operazione rappresenta una delle più grandi inchieste sul falso mining mai intraprese in Italia. Le autorità continuano a indagare sui possibili collegamenti con altre reti criminali e a monitorare i flussi finanziari internazionali per smantellare ulteriori varianti di questo schema fraudolento.



