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26 Giugno 2026

Revisione Sfdr: come la posizione del Consiglio Ue cambia l’accesso dei petrolieri ai fondi di transizione

Il Consiglio Ue ha adottato una posizione negoziale sulla revisione della Sfdr che introduce tre categorie di prodotti sostenibili e consente l’inclusione di società del fossile nella categoria “transition” a certe condizioni, sollevando dubbi su potenziali rischi di greenwashing e sulla direzione del capitale verso la decarbonizzazione.

Revisione Sfdr: come la posizione del Consiglio Ue cambia l’accesso dei petrolieri ai fondi di transizione

Negli ultimi anni la normativa europea sulla trasparenza degli investimenti sostenibili ha cercato di mettere ordine in un mercato affollato di definizioni tecniche e informative complesse. Il passo più recente del percorso di revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation segna un cambiamento significativo: il Consiglio dell’Unione europea ha adottato una posizione negoziale che ridefinisce categorie e requisiti per i prodotti finanziari con caratteristiche ambientali o sociali.

La proposta del Consiglio mira a semplificare e rendere più leggibili le informazioni al pubblico, ma contiene anche una norma che potrebbe avere effetti concreti sul ruolo delle grandi compagnie petrolifere e del gas nei fondi descritti come destinati alla transizione.

Tre categorie per i prodotti sostenibili e la novità sulla categoria “transition”

Il nuovo schema definisce tre classi principali: “sustainable” per investimenti già conformi a standard elevati di sostenibilità; “transition” per imprese che dichiarano un percorso credibile di trasformazione; e “Esg basics” per prodotti che integrano aspetti ambientali, sociali e di governance senza soddisfare i requisiti delle prime due categorie. L’intento dichiarato è ridurre il carico burocratico e migliorare la comparabilità tra offerte, semplificando comunicazioni e rendicontazioni.

La questione più rilevante riguarda la definizione di transition. Secondo la linea concordata dagli Stati membri, un’impresa attiva nel settore dei combustibili fossili può essere inclusa in un prodotto di transizione se rispetta due condizioni chiave: destina almeno il 20% del proprio capital expenditure (capex) ad attività classificate come allineate alla tassonomia Ue e adotta una strategia con obiettivi e scadenze per la riduzione delle emissioni.

Impatti pratici sul flusso di capitale

Questa soglia del 20% è centrale: rende possibile che una petrolifera continui a sviluppare nuovi pozzi o giacimenti e, contemporaneamente, figuri in un fondo qualificato come prodotto di transizione, purché una quota minima degli investimenti sia destinata a rinnovabili, idrogeno, cattura della CO2 o altre attività tassonomiche. Il meccanismo modifica la direzione dei capitali privati, perché amplia l’accesso a investitori sensibili ai criteri ESG per aziende che mantengono una forte esposizione al fossile.

Perché ambientalisti ed esperti temono un aumento del greenwashing

Le critiche principali mettono al centro il rischio di greenwashing e di confusione tra diversificazione e reale trasformazione industriale. Secondo gli oppositori, la soglia può funzionare come un lasciapassare: un’azienda può destinare quote significative a tecnologie pulite senza alterare il proprio baricentro produttivo, restando per larga parte impegnata nel petrolio e nel gas.

Un esempio numerico chiarisce il problema: un grande gruppo energetico con un terzo del capex rivolto al fossile e il 27% verso basse emissioni (numeri compatibili con profili pubblici di alcuni operatori) rientrerebbe nella definizione di transizione prevista dal Consiglio. In questo scenario, il messaggio per gli investitori diventa ambiguo: il fondo è presentato come strumento di supporto alla decarbonizzazione, ma parte dei capitali continua a finanziare l’espansione del fossile.

Argomentazioni delle compagnie e delle istituzioni

Le società oil&gas sostengono che un’esclusione netta sarebbe controproducente: secondo la loro logica, coinvolgere gli operatori più grandi nella trasformazione richiede l’accesso al capitale e il riconoscimento dei loro investimenti in tecnologie a basse emissioni. Inoltre, viene richiamato il tema della sicurezza energetica con la necessità, in contesti geopolitici instabili, di mantenere capacità fossili per evitare dipendenze critiche.

Dall’altra parte, la Commissione europea aveva proposto criteri più stringenti, prevedendo lo stop alle aziende impegnate nell’esplorazione di nuovi progetti fossili dai fondi sostenibili e di transizione. La posizione del Consiglio rappresenta un ammorbidimento di quel criterio, aprendo la strada a un compromesso che ora dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo.

Il dibattito che si apre è quindi duplice: riguarda sia la qualità informativa offerta agli investitori sia la funzione dei mercati finanziari nel guidare la decarbonizzazione. Se la posizione finale dovesse mantenere la soglia del 20% senza ulteriori garanzie, rimane il dubbio se il mercato indirizzerà davvero capitali verso attività che riducono le emissioni in modo strutturale, oppure se contribuirà a legittimare una transizione parziale e potenzialmente ingannevole.

Autore

Andrea Innocenti

Andrea Innocenti ha coordinato dall'estero il rientro di una cronista napoletana durante una crisi diplomatica, gestendo contatti con consolati; è corrispondente esteri che definisce linee editoriali sulla geopolitica. Nato a Napoli, parla dialetto locale e mantiene rapporti con ONG partenopee.