La Guardia di Finanza di Trento, guidata dall’ispettore capo Gico, ha concluso un’indagine che ha portato al sequestro di 877.000 euro legati a una truffa denominata “Hashburst”. Gli autori promettevano guadagni elevati grazie all’estrazione di criptovalute con apparati supostamente dotati di intelligenza artificiale, ma i dispositivi venduti erano semplici computer assemblati. Gli investimenti richiesti oscillavano tra 4.000 e 30.000 euro lasciando migliaia di cittadini privi dei profitti promessi e con una perdita complessiva stimata a 5 milioni di euro solo in Trentino Alto Adige.
Il meccanismo “Hashburst”: promesse di guadagni facili con computer “high-tech”
Il progetto “Hashburst” si è presentato come un programma di mining avanzato, capace di generare reddito rapido mediante il mining di bitcoin. Nei congressi organizzati in alberghi di Trento, gli organizzatori illustavano le potenzialità di una suposta intelligenza artificiale integrata nei computer, facendo leva sull’entusiasmo per le nuove tecnologie. La campagna pubblicitaria, diffusa su piattaforme social, invitava gli interessati ad acquistare macchine dal costo compreso tra 4 e 30 mila euro, garantendo al contempo la consegna di bitcoin come ritorno sugli investimenti.
Indagini della Guardia di Finanza e operazioni di sequestro
L’inchiesta è stata avviata nell’, quando gli ispettori hanno cominciato a monitorare i flussi finanziari provenienti da convegni e post online. Gli investigatori hanno scoperto che, una volta effettuato il pagamento, i clienti ricevevano piccoli accrediti accompagnati da giustificazioni tecniche, spesso attribuite a problemi hardware o a complessi meccanismi societari. La risposta delle autorità è stata rapida: sono state emesse cinque misure cautelari in Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto e Belgio, bloccando i conti e sequestrando la somma complessiva di 877.000 euro.
Flusso finanziario e società offshore
Le indagini hanno rivelato che i fondi raccolti venivano riciclati tramite due società registrate nel Regno Unito e trasferiti in conti esteri, prevalentemente in Belgio. Questa struttura transfrontaliera ha consentito ai responsabili di ostacolare le attività di tracciamento, sfruttando le differenze normative tra le giurisdizioni europee. I trasferimenti bancari, effettuati con rapidità, hanno reso difficile l’individuazione immediata dei beneficiari finali, ma l’analisi forense dei movimenti ha permesso di ricostruire l’intera catena finanziaria.
Danni economici e figura dei responsabili
Il danno complessivo stimato supera i 5 milioni di euro cifra che comprende le perdite subite dagli investitori e le spese legali sostenute dalle autorità. Tra i capi della rete spicca un uomo di origine lombarda residente in Svizzera, con precedenti in ambito economico-finanziario e legami documentati a gruppi riconducibili alla criminalità organizzata. La sua figura è al centro delle indagini per aver coordinato la rete di vendita, la promozione sui social media e la gestione dei flussi economici internazionali. La collaborazione tra le procure di Trentino, Lombardia, Veneto e le autorità belghe ha permesso di bloccare il capitale illecito e di avviare le procedure giudiziarie contro i responsabili.



