Nel 2026, il panorama del risparmio e degli investimenti in Italia mostra dinamiche interessanti. Secondo l’indagine condotta da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi, emerge un quadro variegato che riflette le sfide economiche e le evoluzioni tecnologiche degli ultimi anni.
L’84% degli intervistati dichiara indipendenza finanziaria, con differenze significative tra generazioni e generi. La percezione del reddito corrente è positiva per il 52% del campione, mentre solo il 34% si aspetta un reddito sufficiente nei prossimi dieci anni.
Le abitudini di risparmio nel 2026
Il 56% degli italiani è riuscito a risparmiare nel 2026, destinando in media l’11,9% del proprio reddito disponibile. Questo dato è in linea con il 2025, ma con alcune differenze significative. I laureati e i lavoratori indipendenti risparmiano oltre la media, rispettivamente il 14,9% e circa il 20% del reddito.
Il risparmio è giudicato indispensabile dal 28% del campione, un livello prossimo ai massimi storici. Le motivazioni principali sono la precauzione (40%), la pensione (19%), l’acquisto della casa (19%) e l’educazione dei figli (11%). Significativo è l’aumento del risparmio destinato all’investimento, che tocca il 6% del campione, superando i livelli pre-pandemici.
L’avversione al rischio e la preferenza per la liquidità
La volatilità dei mercati, l’inflazione e le tensioni geopolitiche hanno influenzato il livello di allerta dei risparmiatori. Il ratio di avversione al rischio ha raggiunto nel 2026 il valore record di 33,6, in forte aumento rispetto agli anni precedenti. I giovani tra i 18 e i 24 anni risultano i più avversi al rischio, con un rapporto di 84 contrari per ogni favorevole.
La preferenza per la liquidità aumenta al crescere dell’incertezza percepita. Se nel 2019 la tutela del capitale era una priorità per il 62,2% dei risparmiatori, nel 2026 questa scelta scende sotto la soglia della maggioranza assoluta (48,8%), mentre sale l’orientamento verso strumenti liquidi (18,7%).
La gestione del portafoglio e la consulenza finanziaria
Quasi il 72% di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, nonostante la teoria economica raccomandi il contrario. Pesa un’alfabetizzazione finanziaria fragile: solo il 36% degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.
La valutazione del rischio è percepita come la difficoltà più rilevante nel processo di investimento (50,3%), seguita dal timing (41,2%) e dalla scelta dell’asset allocation (31,3%). Il gestore della banca si conferma il consigliere più affidabile (47%), ma cresce anche il ruolo di consulenti indipendenti e private banker (16%).
Gli strumenti di investimento nel 2026
Nel 2026, il possesso di obbligazioni interessa il 23,5% degli intervistati, con un peso medio nei portafogli del 26,6%. Le azioni mostrano un divario tra conoscenza e partecipazione: le conosce il 45% degli intervistati, ma solo il 7,8% le ha detenute negli ultimi cinque anni. Per chi vi investe, l’esperienza è eccellente, con un ratio di soddisfazione di 8,5.
Gli strumenti più recenti, come le criptovalute rimangono poco frequentati: meno del 2% le utilizza come forma di investimento, e circa l’88% non ha familiarità o non è interessato. Metodi come il crowdfunding e il peer-to-peer lending non sono presi in considerazione da oltre l’80% del campione.
La relazione tra risparmiatori e tecnologia
L’indagine distingue i risparmiatori in due categorie: quelli digitali (41,9%) e quelli analogici (58,1%), in base alla loro confidenza nell’uso di strumenti online per la gestione del risparmio. Sorprendentemente, gli analogici sono più attivi nei mercati regolamentati, possedendo più fondi, gestioni e ETF rispetto ai digitali.
La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto, mentre solo uno dichiara di fidarsi molto. La preoccupazione dominante è la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5% del campione. Le funzionalità più apprezzate sono le notifiche di spesa (52%) e l’analisi predittiva basata sull’IA (36%).
La resistenza cresce quando la tecnologia riduce il ruolo attivo dell’utente: gli assistenti vocali sono giudicati troppo rischiosi da oltre il 60% e i sistemi completamente automatizzati basati sull’IA incontrano l’opposizione di circa l’87%. L’innovazione è benvenuta quando rafforza controllo, trasparenza e semplicità; viene respinta quando implica delega decisionale.



