Il deficit commerciale dell’Unione europea ha ormai superato la soglia di un miliardo di euro al giorno, un dato che il Commissario UE al Commercio Maros Sefcovic ha definito come un record storico. Questo squilibrio non è solo una questione di numeri: è il risultato di scelte macro-economiche prese da Pechino e Washington, che hanno ricadute profonde sulla struttura produttiva del continente.
Cina e USA: due strategie opposte che gravano sull’Europa
Da un lato, la Cina continua a saturare i mercati esteri con le proprie esportazioni, comprimendo la domanda interna per mantenere competitività industriale. Dall’altro, gli Stati Uniti inseguono una politica più protezionista, mirando a ridurre il proprio deficit e a limitare la dipendenza dalla produzione asiatica. L’Europa, a causa della sua posizione di terzo mercato più grande al mondo, si ritrova al centro di questo scontro di politiche, subendo flussi di capitale e pressioni commerciali che ne minacciano la capacità produttiva.
Il caso Volvo: perdite, licenziamenti e segnali di avvertimento
Il caso della casa svedese Volvo rappresenta un chiaro esempio di come gli squilibri si traducano in crisi concrete. Nel terzo trimestre, le vendite in Cina sono crollate, mentre i dazi imposti dagli USA hanno ulteriormente compresso i margini. I ricavi sono diminuiti del 23%, con una perdita registrata di 5,7 miliardi di corone svedesi. Per far fronte a questa tempesta, il gruppo ha annunciato il taglio di circa 2.500 posti di lavoro a livello globale, di cui 2.000 in Svezia, soprattutto nell’area di Göteborg, sede principale della produzione.
Le ripercussioni sull’industria europea: dal surplus dei risparmi al rischio di deindustrializzazione
Il meccanismo è più lineare di quanto si creda. Un eccesso produttivo cinese, non assorbito dal consumo interno, viene esportato, creando flussi di risparmio verso l’estero. Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti hanno assorbito questi capitali, ma la loro politica attuale cerca di ridurre tale dipendenza. Se la domanda americana si contrae, la Cina sarà costretta a individuare nuovi sbocchi, con l’Europa che appare come una destinazione naturale per questi investimenti.
Un afflusso di capitali così consistente può rafforzare l’euro, rendendo i prodotti europei più costosi sui mercati esteri e diminuendo la competitività delle importazioni. La BCE ha già segnalato che il principale ostacolo agli investimenti europei non è la carenza di finanziamenti, ma la debolezza della domanda interna. Anche se il credito è abbondante, senza clienti disposti ad acquistare, le imprese non trovano motivi per espandersi.
Scenari possibili: contrazione economica o indebitamento massiccio
Se l’Europa dovesse accogliere questi flussi senza tradurli in investimenti produttivi, dovrà ridurre il risparmio interno. Ciò comporterebbe una contrazione dell’attività: le imprese venderebbero meno, ridurrebbero la produzione, licenzierebbero e i redditi cadrebbero, alimentando a loro volta una diminuzione del risparmio. L’alternativa è un aumento del debito pubblico e privato, che permetterebbe di sostenere consumi e occupazione nonostante la perdita di competitività. Tuttavia, questo modello rischia di trasformare l’Europa in un consumatore di beni prodotti altrove, replicando il percorso di deindustrializzazione vissuto dagli USA.
Le proposte di Enrico Maria Fardella e Michael Pettis: verso una politica commerciale europea coerente
Il professor Enrico Maria Fardella, associato all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale e al Guarini Institute for Public Affairs, sostiene che l’Europa deve riprendere il controllo sui rapporti economici esterni, evitando che le decisioni di distribuzione del reddito di altre potenze ridisegnino la sua struttura produttiva. Insieme a Michael Pettis, ha proposto un pacchetto di misure: controllo più severo sugli investimenti esteri, difesa commerciale coordinata, revisione degli aiuti di stato e un possibile patto salariale intra-UE per riequilibrare le disuguaglianze interne.
Le misure potrebbero suscitare ritorsioni, ma il rischio più grande resta l’inerzia. L’Europa non può permettersi di emulare il mercantilismo cinese o le politiche protezionistiche statunitensi; deve piuttosto eliminare le distorsioni che favoriscono sussidi, credito agevolato e compressione salariale, distinguendo tra reali vantaggi di produttività e vantaggi artificiali.
Qual è il vero ostacolo? La frammentazione interna dell’UE
Secondo gli esperti, la più grande difficoltà è la mancanza di unità politica e fiscale all’interno dell’Unione. Solo una politica commerciale comune, una capacità di spesa fiscale condivisa e una domanda interna riequilibrata possono consentire all’Europa di negoziare con forza contro le pressioni esterne. La dipendenza è reciproca: il mercato europeo è fondamentale per le esportazioni cinesi, così come gli investimenti cinesi sono vitali per l’economia europea.
La risposta non è una guerra commerciale, ma la capacità di evitare una progressiva deindustrializzazione accettando, per timore di ritorsioni, una perdita di capacità produttiva e occupazionale.



