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Come il conflitto in Medio Oriente altera inflazione, crescita e finanze pubbliche in Italia

Il quadro descritto il 28 aprile 2026 mostra un deterioramento del contesto internazionale, guidato soprattutto dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente che hanno danneggiato infrastrutture energetiche e reso più difficili i corridoi commerciali, in particolare lo Stretto di Hormuz.

Questo insieme di shock ha portato a rincari delle materie prime e a interruzioni nella catena degli approvvigionamenti, aumentando la pressione sull’inflazione importata; in questo contesto le decisioni di politica monetaria restano sensibili a evoluzioni improvvise.

Le incertezze sono amplificate anche da mutamenti normativi su tariffe e dazi negli Stati Uniti e da una possibile riconfigurazione degli scambi verso blocchi di paesi “amici”, con effetti di frammentazione commerciale. Il Documento di economia e finanza incorpora queste tensioni nelle sue ipotesi esogene, segnalando revisioni al rialzo delle quotazioni di petrolio e gas per il 2026 e tassi d’interesse leggermente superiori rispetto alle ipotesi precedenti; l’UPB ha validato il quadro tendenziale dopo le sue osservazioni, con conclusione delle procedure il 8 aprile.

Impatto internazionale e principali rischi

Le ricadute globali si manifestano principalmente attraverso due canali: il prezzo dell’energia e la riduzione del commercio internazionale. L’FMI prevede una crescita mondiale al 3,1 per cento nel 2026, revisionata al ribasso rispetto alle attese di gennaio, e indica rischi orientati al ribasso che includono politiche commerciali restrittive e potenziali errori di valutazione sulle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. Nel breve termine il processo di disinflazione si è interrotto a causa del rialzo energetico, rendendo più probabili scelte di politica monetaria restrittive se le pressioni sui prezzi dovessero persistere.

Prezzi energetici e relazioni commerciali

Il danneggiamento delle infrastrutture e le limitazioni al transito marittimo hanno reso necessari aggiustamenti delle previsioni sui prezzi di petrolio e gas: il Documento prevede quotazioni più elevate per l’anno in corso con un ritorno graduale nei successivi. Queste dinamiche colpiscono l’inflazione e il commercio mondiale, rallentando i flussi e favorendo una riallocazione degli scambi verso partner considerati più affidabili, a scapito di un’integrazione economica più ampia. L’incertezza normativa sui dazi negli USA aggiunge un livello di rischio per le catene globali del valore.

L’economia italiana: crescita, prezzi e lavoro

Nel 2026 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5 per cento, inferiore alla media dell’area dell’Euro (1,4 per cento), con il sostegno prevalente della domanda interna e un contributo delle esportazioni negativo per la prima volta dal 2026. Le stime dell’UPB per il primo trimestre 2026 indicano una variazione del PIL compresa tra uno e due decimi di punto percentuale, segnalando margini d’incertezza elevati. Sul fronte dei prezzi, l’indice NIC è salito all’1,5 per cento nel 2026 e ha raggiunto l’1,7 per cento a marzo 2026, mentre l’inflazione di fondo ha mostrato segnali di attenuazione.

Mercato del lavoro e produttività

Il mercato del lavoro continua a crescere ma con segnali di contenimento della partecipazione: nel 2026 gli occupati sono aumentati e il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1 per cento (5,6 nel quarto trimestre), trainato dalla crescita degli autonomi e degli over 50. Nonostante ciò la forza lavoro si è ridotta e la partecipazione resta inferiore alla media europea; la produttività ha dato un contributo negativo alla crescita, rappresentando una debolezza strutturale su cui agire per migliorare il potenziale di crescita.

Finanza pubblica, scenari e debito

Nel 2026 il deficit è stato del 3,1 per cento del PIL, in miglioramento rispetto al 3,4 ma leggermente peggiore delle attese; il miglioramento del saldo primario (da 0,5 a 0,8 per cento del PIL) è stato sostenuto dall’aumento delle entrate, parzialmente compensato da una maggiore spesa in conto capitale legata a bonus edilizi e investimenti PNRR. Il DFP presenta disavanzi tendenziali del 2,9 per cento nel 2026, 2,8 nel 2027, 2,5 nel 2028 e 2,1 nel 2029, con l’obiettivo di riportare il deficit sotto il 3 per cento e creare le condizioni per l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi nel 2027.

Le voci di spesa e di entrata riflettono evoluzioni temporanee: la crescita della spesa netta supera il limite raccomandato nel 2027 (2,2 contro 1,9) soprattutto per la rivalutazione delle Prestazioni sociali legata all’inflazione; il saldo primario migliora progressivamente fino al 2,4 per cento del PIL nel 2029. La spesa per interessi aumenta nell’orizzonte di previsione (dal 4,1 al 4,5 per cento), mentre il rapporto debito/PIL è salito al 137,1 per cento nel 2026 (+2,4 punti), influenzato da effetti di cassa e dai crediti d’imposta edilizi.

Le simulazioni condotte con il modello Memo-It dell’UPB evidenziano scenari divergenti: in uno scenario favorevole (tregua e cessazione delle ostilità) la crescita risulterebbe solo marginalmente più bassa rispetto alle attese e l’inflazione salirebbe soprattutto nel 2026; in uno scenario meno favorevole la perdita di PIL potrebbe raddoppiare e l’inflazione restare elevata anche nel 2027. L’impatto distributivo colpisce di più le famiglie a basso reddito: nello scenario di base l’inflazione aggregata al 3,1 per cento determinerebbe un tasso intorno al 3,5 per cento per il primo quintile, mentre nello scenario critico lo scarto salirebbe fino a circa 4,0 per cento.

In sintesi, lo scenario tendenziale validato dall’UPB appare plausibile ma esposto a rischi prevalentemente al ribasso: l’evoluzione del conflitto, la persistenza delle tensioni energetiche, la frammentazione commerciale, possibili correzioni dei mercati finanziari e i rischi climatici possono richiedere una rapida revisione delle previsioni e misure correttive già alla valutazione aggiornata prevista per ottobre.

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