Secondo i dati BCE aggiornati ad agosto 2025, il TAEG medio è, infatti, al 10,29% contro l’8,25% della media europea, che vede, per esempio, un 8,35% della Germania e un 6,24% della Francia. Numeri che descrivono chiaramente un mercato del credito in crescita nei volumi, ma che continua a penalizzare chi ha meno garanzie da mettere sul tavolo, i cosiddetti profili fragili, ossia chi ha un reddito basso, un contratto recente o segnalazioni pregresse alle centrali finanziarie. Il gender gap nell’accesso al credito, poi, vale 68 miliardi di euro (dati Banca d’Italia) e al Sud il rischio di deterioramento dei prestiti è quasi il triplo della media nazionale. Tra gli strumenti che potrebbero attenuare queste distanze, ce n’è uno che il mercato conosce bene, ma che viene ancora considerato di nicchia: la cessione del quinto dello stipendio.
Eppure, i volumi crescono: i prestiti alle famiglie hanno superato i 604 miliardi nel 2025, con quattordici mesi consecutivi di crescita, anche se i volumi non dicono chi resta fuori. E i numeri che lo dicono sono altrove. Il primo è il gender gap: su 472 miliardi di finanziamenti alle famiglie censiti dalla Banca d’Italia, appena il 20% risulta intestato a donne. Agli uomini va il 34%, il resto è cointestato. In Campania la quota femminile scende al 16,75%, in Puglia al 17,6%. Il divario complessivo vale circa 68 miliardi di euro, una cifra che non si è mossa dal 2023 al 2024.
Il secondo è il divario territoriale: il tasso di deterioramento del credito alle famiglie, ossia la quota di prestiti che passa da “in bonis” a “deteriorato”, è dello 0,224% a livello nazionale. In Sicilia è allo 0,383%, in Calabria allo 0,381%, in Molise allo 0,352%. Detto brutalmente, un tasso di deterioramento più alto significa che le banche stringono le maglie esattamente dove il credito servirebbe di più.
Il terzo è l’età: secondo il Barometro CRIF aggiornato al primo semestre 2026, la fascia 18-24 anni rappresenta appena il 7% delle richieste di prestito, mentre la fascia 25-34 il 18,3%. La classe di importo più frequente è tra 1.000 e 2.000€, con il 21,4% delle domande totali. Sono cifre piccole, chieste da chi non ha alternative, e su cifre piccole il TAEG italiano al 10,29% pesa proporzionalmente di più.
I numeri che i volumi non raccontano
La cessione del quinto dello stipendio, il finanziamento riservato a dipendenti e pensionati, con rata fissa trattenuta direttamente dalla busta paga senza superare il 20% del netto, coperta da assicurazione obbligatoria su vita e impiego, si muove su un binario diverso rispetto a tutto questo. E qui sta il punto: non è un prodotto migliore o peggiore del prestito personale, ma è un prodotto che funziona con regole diverse, e quelle regole lo rendono accessibile esattamente là dove il credito tradizionale si blocca.
La storia creditizia del richiedente, nella cessione, pesa poco. Le garanzie sono la busta paga e la polizza assicurativa, non il punteggio CRIF. Questo significa che chi ha segnalazioni negative (un ritardo su una rata, un finanziamento chiuso male anni fa, perfino un profilo classificato come “cattivo pagatore”), può ottenere una cessione del quinto quando ogni altra forma di credito è preclusa. Non è un automatismo: ogni pratica viene valutata. Ma le probabilità sono incomparabilmente più alte rispetto a un prestito personale, dove una segnalazione equivale nella maggior parte dei casi a un rifiuto secco.
Cessione del quinto: perché funziona dove il credito tradizionale si ferma
Sul divario di genere, la cessione lavora sullo stipendio individuale. Non chiede garanzie patrimoniali, non valuta il reddito familiare e non pesa la storia contributiva del nucleo. Una lavoratrice dipendente accede alle stesse condizioni di un collega con lo stesso netto in busta. In un mercato dove il 68% del credito intestato individualmente va agli uomini, è una differenza che andrebbe misurata meglio di quanto si faccia oggi.
Per i dipendenti pubblici del Mezzogiorno, invece (e qui il dato è particolarmente rilevante), la cessione del quinto funziona attraverso convenzioni nazionali che non variano per area geografica. Un insegnante di Catania e uno di Milano, a parità di stipendio e anzianità, accedono agli stessi parametri tramite NoiPA. Il tasso di deterioramento dello 0,38% che la Banca d’Italia registra in Sicilia sul credito tradizionale, non si applica alla cessione, dove la rata è trattenuta alla fonte e il rischio di insolvenza è strutturalmente contenuto. Come spiega questo portale specializzato in cessioni del quinto, che raccoglie guide operative e strumenti di simulazione per dipendenti pubblici e privati, il confronto tra i diversi canali di accesso al credito andrebbe sempre fatto sulla propria situazione specifica, e per molti profili considerati “difficili” dal mercato, la cessione è semplicemente il canale che resta aperto.
Restano fuori i lavoratori autonomi e le partite IVA, che non hanno busta paga. E restano fuori i contratti a termine, che non danno accesso alla cessione. Ma per chi ha un contratto a tempo indeterminato o una pensione e si trova dall’altra parte del bancone (quella dove il credito tradizionale costa troppo, arriva tardi o non arriva affatto), la cessione del quinto non è un ripiego. È, nei fatti, lo strumento più efficace che il mercato italiano metta a disposizione. I dati lo confermano: le richieste crescono proprio nelle fasce che il credito ordinario serve peggio.


