BlackRock ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con risultati che hanno superato le aspettative di mercato. Il colosso del risparmio gestito ha registrato una crescita significativa, trainata da una raccolta netta di 192 miliardi di dollari nel trimestre e afflussi record per 321 miliardi nel primo semestre. Questi numeri riflettono una strategia di successo che sta ridefinendo il panorama finanziario globale.
Il ceo Larry Fink ha espresso un entusiasmo senza precedenti per il futuro del gruppo. “I fondamentali del mercato sono solidi e ben supportati, con margini più elevati e crescita degli utili catalizzata dalle nuove tecnologie”, ha affermato Fink. Questa fiducia è supportata da dati concreti: i ricavi sono saliti del 31% su base annua, mentre l’utile operativo è aumentato del 42%, del 39% su base rettificata.
La crescita diffusa di BlackRock
La crescita di BlackRock è stata trainata da diversi settori chiave. Gli Etf i mercati privati e il reddito fisso attivo hanno contribuito in modo significativo ai risultati positivi. Anche i servizi tecnologici e in abbonamento hanno registrato un avanzamento del 13%, grazie alla spinta di Aladdin la piattaforma tecnologica del gruppo. Inoltre, BlackRock ha riacquistato azioni proprie per 450 milioni di dollari nel trimestre e ha deciso di aumentare a 550 milioni il livello previsto dei buyback trimestrali.
Secondo Fink, l’ampiezza della piattaforma consente a BlackRock di conquistare una quota crescente dei portafogli dei clienti e di generare utili sostenibili per gli azionisti. “La domanda è in crescita in tutta la nostra divisione di gestione attiva”, ha aggiunto, sottolineando che il margine del trimestre è il più alto degli ultimi cinque anni. Questo risultato ha rafforzato la fiducia del gruppo, spingendolo ad aumentare il programma di riacquisto di azioni proprie per il 2026.
L’intelligenza artificiale e le preoccupazioni dei ceo
Mentre BlackRock celebra i suoi successi, un altro tema sta tenendo svegli i vertici aziendali di tutto il mondo: l’intelligenza artificiale. Secondo uno studio condotto da Cisco, il 91% dei ceo è più ottimista rispetto a dodici mesi fa sul potenziale dell’IA. Tuttavia, questa ottimismo è accompagnato da una nuova ansia: quella di restare indietro. Il 65% degli intervistati teme che la propria azienda stia perdendo opportunità per mancanza di investimenti.
I ceo hanno studiato e compreso le potenzialità dell’IA, ma la comprensione non sempre si traduce in azione. Tre vincoli concreti continuano a rallentarne l’implementazione su larga scala: le infrastrutture tecnologiche, la qualità dei dati e la fiducia. Il 53% dei ceo teme che i limiti infrastrutturali possano frenare i progetti, mentre il 34% cita problemi di qualità, accessibilità e centralizzazione dei dati. La sicurezza e il controllo di questi sistemi autonomi sono diventati la preoccupazione numero uno.
I Pacesetters e il vantaggio competitivo
Cisco definisce “Pacesetters” il 13% di organizzazioni più mature nel proprio indice di preparazione all’IA. Queste aziende stanno già incassando un vantaggio competitivo. Il 77% di queste prevede di costruire nuovi data center nei prossimi dodici mesi, la totalità offre formazione interna sull’IA e il 61% ha già mappato i compiti che gli agenti dovranno svolgere. Il 95% ha inoltre definito metriche per misurare l’impatto dell’intelligenza artificiale e il 62% ha integrato pienamente i casi d’uso nei propri sistemi di sicurezza e governance.
Guardando al 2030, solo il 7% dei ceo immagina un business quasi privo di intelligenza artificiale. Il 72% prevede che l’IA si limiterà a fornire supporto o a eseguire compiti sotto la direzione, il giudizio e la supervisione delle persone. “Bisogna muoversi rapidamente con l’IA, ma ancorare sempre le decisioni ai valori umani”, sintetizza uno degli intervistati. Un approccio che in Europa assume tratti ancora più marcati, con un focus su fiducia, trasparenza e allineamento etico.
Ducati: un gioiello che non ha bisogno di essere venduto
Mentre il mondo finanziario guarda al futuro con ottimismo e preoccupazione, Ducati continua a brillare sotto l’ombra di Volkswagen. Recenti voci di una possibile vendita del marchio bolognese sono state rapidamente smontate dall’amministratore delegato Claudio Domenicali. “La società è in ottima salute ed è completamente autosufficiente”, ha dichiarato Domenicali. “Non abbiamo alcun bisogno del supporto dell’azionista di maggioranza per finanziare il nostro piano di investimenti o per lo sviluppo dei nuovi modelli.”
Ducati, acquisita da Audi nel 2012 per circa 960 milioni di euro, è diventata uno dei fiori all’occhiello più redditizi del gruppo Volkswagen. Con circa 60.000 moto vendute all’anno e un posizionamento premium consolidato, la rossa di Bologna non teme l’instabilità macroeconomica. Anche sul fronte sportivo, il futuro appare blindato. Le indiscrezioni sulla stabilità dei programmi MotoGP e Superbike sono state rapidamente smorzate dagli addetti ai lavori: tutti i costruttori della classe regina hanno firmato un accordo vincolante con Dorna che impone la permanenza nel campionato mondiale almeno fino al 2030.
Almeno per ora, Ducati rimane saldamente sotto l’ombrello di Wolfsburg, ma con la consapevolezza fiera di poter camminare — e correre — interamente sulle proprie gambe.



