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9 Ottobre 2026

Rendimenti dei Treasury a 10 anni toccano il 5,34%

Il mercato obbligazionario subisce un forte rialzo dei rendimenti, spinto da energia costosa, crescita tenace e una massiccia offerta di debito.

Rendimenti dei Treasury a 10 anni toccano il 5,34%

Il mercato dei titoli di Stato sta vivendo una fase di forte turbolenza. Dopo un lungo periodo orientato quasi esclusivamente all’inflazione e alle decisioni delle banche centrali, gli investitori si trovano ora a fare i conti con una combinazione di fattori che spingono al rialzo i rendimenti costi energetici in aumento, una crescita economica che non mostra segni di cedimento, tassi di interesse che potrebbero restare elevati più a lungo e un’offerta di debito pubblico e privato in costante crescita.

Il meccanismo è semplice ma potente: quando i prezzi dei titoli scendono, i rendimenti aumentano. La massiccia vendita di obbligazioni spinge quindi il prezzo verso il basso, facendo lievitare il rendimento per chi decide di acquistare. Questo fenomeno è evidente sia negli Stati Uniti che in Europa, con ripercussioni che si avvertono sui costi di finanziamento globali.

Rendimenti in crescita negli Stati Uniti e in Europa

Negli Stati Uniti il Treasury a 10 anni ha raggiunto il 5,34%, il valore più alto dal 2002, segnando un rialzo di 0,87 punti percentuali nel trimestre chiuso a settembre – il balzo più marcato dal 1994. In Europa, la situazione è altrettanto pressante: il BTP italiano è salito al 4,69% rispetto al 3,63% del Bund tedesco, portando lo spread a 114 punti base. Questi dati mostrano chiaramente che la pressione non è limitata a un’unica economia, ma è diffusa a livello globale, incidendo sulle condizioni di credito per governi, imprese e famiglie.

Fattori che spingono i rendimenti al rialzo

Energia, inflazione e pressione sui tassi

Il prezzo del petrolio, spinto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, si è stabilizzato intorno ai 100 dollari al barile dopo aver toccato i 126 dollari. Un’energia più cara si traduce direttamente in inflazione più alta rendendo più difficile per le banche centrali ridurre i tassi. Dopo il picco inflazionistico del 2022, i dati di settembre mostrano una nuova accelerazione, con l’Italia al 4,2% – il valore più alto da tre anni. Questa ripresa dell’inflazione tiene alta l’attenzione sulle prossime mosse delle banche centrali, che non sembrano pronte a ridurre la stretta monetaria.

Elevata offerta di titoli pubblico e privato

Il vede i governi dei Paesi OCSE impegnati a raccogliere circa 18.000 miliardi di dollari sul mercato, mentre le imprese hanno già emesso più di 400 miliardi di dollari di obbligazioni per finanziare investimenti legati all’intelligenza artificiale. Questa sovrabbondanza di titoli in cerca di investitori crea una competizione feroce per i capitali disponibili. Inoltre, la composizione degli acquirenti sta cambiando: le banche centrali detengono una quota minore di Treasury rispetto al 2020, mentre gli investitori privati, più sensibili alle variazioni di prezzo, rappresentano ora una fetta più consistente del mercato.

Il risultato è un mercato in cui la domanda non riesce a tenere il passo con l’offerta, facendo scivolare i prezzi verso il basso e spingendo i rendimenti verso l’alto. Quando i rendimenti aumentano, non sono solo gli Stati a pagare di più per rifinanziare il proprio debito: anche mutui, prestiti alle imprese e carte di credito subiscono un rincaro, incidendo sulla spesa delle famiglie e sulla redditività dei business.

Autore

Francesca Spadaro

Francesca Spadaro ha ricostruito una catena di investimenti veronese partendo dai bilanci depositati alla Camera di Commercio; è analista finanziaria che coordina dossier su PMI e mercati. Laureata in economia, collabora con camerali locali e cura newsletter economiche territoriali.