Nel 2026 i rendimenti dei titoli di Stato hanno raggiunto valori che non si vedevano da venti anni nelle principali economie avanzate e da tre decenni in Giappone. Il 1° ottobre il Treasury americano a 10 anni scambiava intorno al 5,3%, la Germania a 3,6%, la Francia a 5,0% e il Giappone a 3,1%. Su tutta la curva, il titolo a 30 anni ha toccato il 5,71%, il picco più alto dal 2002. Questi dati segnano una svolta rispetto ai minimi del 2020, quando i rendimenti si erano compressi di oltre 300-500 punti base.
Rendimenti obbligazionari 2026: dati chiave e contesto storico
Il rialzo dei rendimenti è iniziato nel 2022, quando un improvviso shock inflazionistico ha spinto le banche centrali a innalzare rapidamente i tassi di riferimento. Dopo aver toccato massimi autunnali nel 2023, i rendimenti sono calati per poi superare nuovamente quelle soglie nel 2026. Le autorità monetarie statunitensi, tedesche e francesi hanno mantenuto una politica restrittiva, mentre la Banca del Giappone ha iniziato a ridurre il suo storico tasso ultra-basso, alimentando la risalita anche nel mercato giapponese.
Il percorso dal 2022 al 2026
Nel 2022 la Fed ha aumentato i tassi di riferimento di ben 425 bps in un anno, un ritmo senza precedenti dal 1980. Il risultato è stato una spinta dei tassi a lungo termine verso il 5 % nei mercati statunitensi. Dopo una breve correzione nel 2023, i titoli hanno continuato a salire, spinti da dati di inflazione più tenaci del previsto e da aspettative di ulteriori interventi della Banca Centrale Europea. La combinazione di real yields in crescita e di un premium a termine più ampio ha spinto il mercato obbligazionario verso livelli che gli investitori non vedevano da decenni.
Rischi e opportunità: inflazione, finanze pubbliche e premio a termine
Nonostante le buone performance, i rischi restano significativi. L’inflazione nelle principali economie sviluppate si aggira intorno al 3 % e, sebbene non mostri segni di accelerazione, resta un “mostro” che può erodere i guadagni reali. Per mitigare tale rischio, i Treasury indicizzati all’inflazione offrono un rendimento reale a 10 anni di circa 2,7 %, il più alto dal 2008. Questo rende l’investimento più difensivo, a meno di scenari catastrofici.
Un’altra preoccupazione è la deteriorazione delle finanze pubbliche. In molti Paesi avanzati i conti di bilancio mostrano deficit persistenti; la Francia, in particolare, sta vivendo una vera e propria tormenta sui mercati obbligazionari. Tuttavia, la maggior parte dei grandi Stati mantiene ancora una buona qualità creditizia, rendendo il rischio di default “scomodo ma non drammatico”. Il premio a termine del decennale americano si attesta ora su 1,4 %, un livello storico che ripristina la corretta remunerazione del rischio a lungo termine.
Impatto sugli investimenti: obbligazioni vs azioni
Il ritorno dei rendimenti obbligazionari influisce direttamente sul rapporto rischio-rendimento rispetto alle azioni. Il consensus di Bloomberg indica che l’earnings yield dell’S&P 500 è circa il 5 %, quasi identico al rendimento del Treasury a 10 anni. Il tradizionale “equity premium” si è quindi ridotto, rendendo le obbligazioni più competitive rispetto alle azioni, le cui performance restano più volatili e incerti.
Nel frattempo, i mercati azionari mostrano segni di pressione: i futures sui principali indici statunitensi sono scesi, con il Dow Jones, l’S&P 500 e il Nasdaq 100 in calo. Il mercato dei titoli di Stato, però, continua a registrare forte domanda, soprattutto da parte di Investitori istituzionali alla ricerca di rendimento stabile. La combinazione di real yields al 2,9 % (più alti dal 2008) e di breakeven inflazionistici stabili intorno al 2,35 % indica che il rialzo è più legato a una crescita nominale robusta che a un aumento delle aspettative inflazionistiche.
Gli investitori potrebbero ribilanciare parte delle proprie risorse verso questi titoli, limitando la spinta verso le azioni e moderando la crescita di quest’ultimo settore, indipendentemente dalle promesse dell’intelligenza artificiale. È il momento dei creditori di riappropriarsi di una fetta più consistente del mercato globale.



