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12 Ottobre 2026

Performance, costi e ruolo del consulente tra ETF e fondi attivi

ETF attivi guadagnano quote, ma il vero valore dipende dalla scelta del gestore e dall’uso consapevole dello strumento, non solo dalle commissioni.

Performance, costi e ruolo del consulente tra ETF e fondi attivi

Durante l’evento MedMe 2026, tenutosi a Dublino l’8 ottobre, il chief business officer di Mediolanum International Funds, Luca Matassino, ha illustrato le dinamiche che stanno ridefinendo il rapporto tra ETF attivi e fondi comuni. L’intervento, incentrato su dati recenti e su casi pratici, ha evidenziato che la semplice riduzione delle commissioni non è più sufficiente per spiegare le performance dei portafogli dei risparmiatori.

Crescita degli ETF attivi e pressione sulle commissioni

Gli ETF rappresentano oggi circa il 32% del patrimonio totale gestito a livello mondiale, equivalente a 19,6 trilioni di euro. Di questa quota, gli ETF a gestione attiva ne costituiscono circa 2 trilioni, con tassi di crescita rispettivamente del 47% a livello globale e del 54% negli Stati Uniti. Questa espansione ha alimentato una pressione significativa sui costi di gestione spingendo anche i fondi tradizionali a ridurre le proprie commissioni negli ultimi anni.

Scale economy e concentrazione dei costi

Il mercato mostra una netta concentrazione: quasi l’80% degli asset gestiti in ETF si colloca nel quartile dei prodotti a costi più bassi, favorendo gli operatori più grandi che possono sfruttare le economies of scale. Parallelamente, le commissioni dei fondi comuni hanno subito una compressione, accorciando il divario storico tra le due tipologie di strumento.

Performance e ruolo del gestore: fondi vs ETF attivi

Analizzando il triennio più recente, i fondi comuni attivi sono riusciti a generare un alpha medio del 2,91% mentre gli ETF attivi hanno prodotto un alpha medio dell’1,95%. Questi numeri non indicano la superiorità intrinseca di una struttura rispetto all’altra, ma mettono in luce l’importanza cruciale della qualità del gestore. La capacità di selezionare un manager competente risulta determinante, sia che si investa in un ETF attivo sia in un fondo tradizionale.

Market timing e impatto sul rendimento

Le ricerche presentate da Matassino mostrano che, negli ultimi vent’anni, le decisioni di market timing hanno prodotto risultati positivi solo in due anni, creando penalità per il risparmiatore negli altri 18. La differenza media di rendimento per gli investitori in ETF è di circa 3,5 punti percentuali, contro un gap di appena 0,8 punti per chi ha scelto i fondi aperti. L’accessibilità e la liquidità degli ETF, se da un lato offrono flessibilità, dall’altro incoraggiano operazioni eccessivamente frequenti, erodendo il valore creato dal gestore.

Consulenza finanziaria e metodologie innovative

Di fronte a questi scenari, il ruolo del consulente finanziario assume una valenza decisiva. Matassino ha citato l’esperienza dell’Intelligent Investment Strategy (IIS), una metodologia introdotta da MIFL nel 2016. Dopo dieci anni, il 72% degli investitori che l’hanno adottata è rimasto investito, rispetto al 17% di un gruppo comparabile che aveva effettuato un unico investimento. I primi hanno ottenuto rendimenti medi del 54%, contro il 26% dei secondi, con una volatilità inferiore, dimostrando l’importanza della disciplina e di un approccio graduale rispetto a un tentativo di timing aggressivo.

La selezione di un gestore capace, l’adozione di processi di investimento rigorosi e il supporto di una consulenza qualificata rappresentano i pilastri su cui si basa la creazione di valore reale per il risparmiatore.

Autore

Francesca Spadaro

Francesca Spadaro ha ricostruito una catena di investimenti veronese partendo dai bilanci depositati alla Camera di Commercio; è analista finanziaria che coordina dossier su PMI e mercati. Laureata in economia, collabora con camerali locali e cura newsletter economiche territoriali.